Hanno scritto di lui:

 

Ada Patrizia Fiorillo – Biennale Internazionale di Firenze
La seduzione dall’immagine è il primo dato che emerge guardando all’esperienza di Nicholas Tolosa. Un carattere figurativo segna infatti il suo esercizio pittorico fin dalle prove accademiche, interpretato però dal giovane artista campano secondo una declinazione personale, dal momento che è un taglio quasi fotografico ad inquadrare le sue composizioni in modo specifico quando al centro di esse è posta la figura umana. Una scelta questa che non deve meravigliare: Tolosa viene da studi di scenografia ed evidentemente porta con sé una certa propensione a teatralizzare la scena, ‘disegnarla’ cioè come se questa dovesse accogliere un’azione. Non uso il verbo disegnare casualmente, giacché peraltro il segnare, nella tradizionale accezione cioè del trascrivere mediante i segni l’immagine, ha una parte molto attiva nella sua pratica quotidiana. Una componente che lo ha in qualche modo educato ad una precisione grammaticale che si riscontra anche nella pittura. Ciò vale, infatti, soprattutto per i suoi ultimi lavori dedicati al tema della shoah, come può dirsi per Innocenza del 2007 e Vite rubate del 2009. Tele realizzate ad acrilico, dove la scelta del bianco e del nero contribuisce ad esaltare il contenuto e, in particolare, la parte esistenziale e drammatica che esso trascina. Una nota che l’artista affida proprio alla cura dei particolari, al dosaggio del contrasto cromatico, nello scarto di quelle zone d’ombra e di luce che drammatizzano la scena. Narrazioni rese inquiete anche irrequiete ma al tempo stesso bloccate per via della resa stilistica con la quale le figure si propongono : figure stilizzate dal taglio un po’ illustrativo che dietro l’apparente immobilità nascondono forti sentimenti. Paura, rabbia, sofferenza, incredulità sono le emozioni che Nicholas Tolosa trasferisce nei fotogrammi di un ‘reale inganno’, beffardo teatro delle apparenze.

 

 

 

Beppe Palomba – Sorrento Art Contest

Un artista che tende a ricostruire con il disegno e la pittura scene come di una rappresentazione: immagini che si fissano nella memoria per drammaticità e pathos, magari ricostruzioni di foto che hanno un posto preciso nella nostra memoria condivisa come in quest’ opera tratta da un ciclo sulla Shoah, ma insieme lavori che trasudano una teatralità intesa nel senso più nobile e positivo di capacità evocativa. La scelta del bianco e del nero drammatizza ancor più l’ effetto finale che riesce nel suo fine di coinvolgimento totale dello spettatore che si trova calato al centro di una scena di cui diventa testimone.

 

 

 

Maria Pia De Martino

C’è un tempo infinitesimo in cui avviene la scissione dell’ enarmonia originaria dei due principi secondo cui volge l’esperienza umana da un lato (la ricerca del vero), e dall’altro la permanente percezione di un effimero che senza sosta ci percorre. Questo è l’ “ultimo istante”, la catastrofe che ci sommerge improvvisa. L’ archè è il corpo dell’assenza come traccia negativa di tutti i corpi possibili nella generazione dei corpi. E’ dunque la morte fisica e la morte etica, morte dell’Idea e forse di Dio, nell’ultimo istante dell’eterna illusione e primo istante della consapevolezza della Verità. E’ il salto dalla religione del sé alla religione nel sé e nell’altro da sé. Transitivamente attraverso le righe-sbarre della prigione della materia verso la libertà dell’assenza, propria dell’anima.

 

 

 

Maria Cristina Antonini

Nicholas Tolosa è alla ricerca di un linguaggio pittorico capace di esprimere sentimenti, emozioni, sguardi sulle cose e sul mondo. Particolarmente sensibile ai problemi sociali, si serve della pittura in maniera figurativa ed espressionista e tutti i suoi lavori sono in qualche modo testimonianza e denuncia di situazioni di ingiustizia, dolore, conflitto. I personaggi dei suoi quadri sono spesso dolenti, schiacciati, sopraffatti e quindi diventano testimoni silenziosi e forti del loro dramma.

 

 

 

stARTgallery – Teatralità della pittura

Nicholas Tolosa matura una profonda esperienza artistica diplomandosi presso il Liceo Artistico Statale "Carlo levi" di Eboli e poi conseguendo la Laurea in Scenografia presso l' Accademia di belle Arti di Napoli. Proprio gli studi di scenografia caratterizzano la sua produzione artistica, composta da sfondi che sembrano dover rappresentare una scena che risulta essere quasi la fotografia di un momento o l' inquadratura di un evento. Le immagini che popolano le sue opere sono cariche di sentimenti, che spesso sfociano nella teatralità e nel Pathos, che trasformano l' osservatore in spettatore e testimone di un frammento di vita.

 

 

 

Beppe Palomba – ab OVO

Dalla parte dei vinti, con opere che sono una testimonianza e un richiamo, un appello alla coscienza civile, con una condanna netta alla violenza e alla prevaricazione dell’ uomo sull’ uomo. Racconta il male del mondo, Nicholas Tolosa, e lo fa a ciglio asciutto, senza smancerie o effetti di comodo, con un tratto ruvido, netto, nell’ essenzialità del bianco e nero e di una infinita varietà di grigi. Drammatico e potente.

 

 

 

Delio Salottolo – estratto dall’ articolo della mostra “ab OVO”

La cosa che colpisce è la presenza di artisti molto giovani; alcuni di essi mostrano una personalità molto marcata: su tutti ci colpisce l’ebolitano Nicholas Tolosa. L’ultimo istante (acrilico su tela) dà l’immagine di un uomo non più giovane che indossa una tenuta da internato e ha le mani legate sopra la testa al soffitto e il capo reclinato in una posa di estrema sofferenza; innocenza (acrilico su tela) mostra un bambino con le mani alzate, sullo sfondo un rastrellamento, il taglio è fotografico e la densità dei grigi toglie il respiro e ogni possibilità di infanzia. La sua opera è giocata su un cupo e drammatico bianco e nero e sulle sfumature di grigio che modellano figure e immagini.

 

 

 

Beppe Palomba - Doppiosenso

Qui, dove si fa più evidente la discrasia tra l’ innocenza rappresentata dal bambino e la ferocia, la malvagità del boia, si alza forte e chiara la denuncia dell’ Artista contro la guerra, contro la sopraffazione, utilizzando i mezzi che ha a disposizione, la sensibilità e il talento.

 

 

 

Osservatorio OCPG dell’ Università di Salerno

Le opere realizzate da Nicholas Tolosa sono fortemente condizionate dallo stato emotivo vissuto dall' artista nel momento in cui l' opera prende vita. Uno stile connesso al tempo e all' emotività che si caratterizza per la volontà di cogliere le sfumature più crude e le sofferenze più aspre del mondo. La tematica che prevale è quella della Shoah. Ogni figura si amplia nello spazio ed i corpi, rigidi e spigolosi, sembrano quasi incisi sullo sfondo. Nicholas Tolosa cerca attraverso le sue opere di sconvolgere lo stato emozionale dello spettatore invitandolo ad annullare le distanze che lo separano dalla tela. I colori utilizzati costringono, infatti, il pubblico a percepire l' orrore e la distruzione prodotta dalle azioni dell' uomo. Il bianco, il nero ed il grigio scelti dall' artista riproducono con fedeltà le immagini fotografiche a cui la memoria corre nel ricordo storico dei fatti. Cupe, drammatiche queste tonalità sottolineano il tratto scarno e deciso delle forme in cui, però, non si perdono i particolari della scena a cui l' autore presta estrema attenzione a partire dalle ombre, protagoniste silenziose dei suoi dipinti.

 

 

 

Rachel Mallon, Dina Scalera, Elena Di Legge, Alessia Volpe – motivazione giuria Arte in Vetrina

Per la tecnica avanzata e lo sguardo personale che donano alle opere un forte impatto espressivo accentuato dall’uso del bianco e nero. Paesaggi duri e malinconici di un passato o di un futuro non ben identificato, popolati da personaggi che potrebbero ugualmente essere neorealistici o futuristici,  immersi in un utilizzo del colore che ne accentua la dimensione di totale atemporalità.

 

 

 

Marcella Ferro – La fiction pittorica di Nicholas Tolosa

Mi capita ormai sempre più spesso, in questo periodo di depressione economica e quindi di precarietà psicologica di chiedermi quale analisi ne avrebbe tratto Pier Paolo Pasolini: cosa avrebbe aggiunto alla sua già chiara visione della politica e sostanzialmente della vita di ciascuno di noi, del corso della storia ovvero della nostra storia. Nelle sue parole diventa evidente quanto sia attuale ciò che pensava: «Io detesto soprattutto il potere di oggi […]. Sono caduti dei valori e sono stati sostituiti con altri valori sono caduti dei modelli di comportamento e sono stati sostituiti con altri modelli di comportamento […]. Volevano che gli italiani consumassero in un certo modo e un certo tipo di merce e per consumarlo dovevano realizzare un altro modello umano […]. L'uomo è sempre stato conformista. La caratteristica principale dell'uomo è quella di conformarsi a qualsiasi tipo di potere o di qualità di vita trovi nascendo. Forse più principalmente l'uomo è narciso, ribelle e ama molto la propria identità ma è la società che lo rende conformista e lui ha chinato la testa una volta per tutte agli obblighi della società. Io mi rendo ben conto che se le cose continuano così l'uomo si meccanizzerà talmente tanto, diventerà così antipatico e odioso, che, queste libertà qui, se ne andranno completamente perdute».

Infondo Pasolini sapeva bene quello che sarebbe accaduto, ultimo vero profeta del nostro tempo, le cui capacità di preveggenza non avevano natura divina, ma erano, più semplicemente, il frutto di un uso intelligente del pensiero, della critica e della ricerca. Immerso nella realtà più forte, la sua sedia di regista non era posta fuori dalla scena ma nell’inquadratura stessa, privo di ogni filtro, di ogni preconcetto scrutava l’altro alla ricerca di una verità che parlasse anche di sé e credeva fermamente nella possibilità di curare la cancrena che avvelenava la nostra società.

Anche Nicholas Tolosa mette la sua sedia da regista o scenografo dentro l’inquadratura, con la sua pittura entra nella storia, facendola propria, attraversandola nella memoria e lasciandosi attraversare emotivamente.

La grande nostalgia che si percepisce a un primo sguardo è quanto mai fuorviante. Le figure che popolano l’immaginario pittorico, infatti, posano non come icona di piccole e grandi tragedie umane ma più come icone di un tempo dove le immagini sono indagate, sviscerate e deturpate dallo sguardo molesto dell’osservatore che nello spingere la vista entro le pieghe dell’accaduto non fa altro che alimentare un insano ed egoistico, seppur insito e atavico, senso della morte.

Il pittore salernitano non si sposta di molto dal bianco e nero quasi a richiamare quella, non unica, funzione della fotografia della documentazione asettica, eppure l’effetto ottenuto è contrario, straniante. Le composizioni così grigie paiono invece, per dirla alla Picasso, colme di colore. Ma si tratta di un colore violento, acido, di denuncia. L’indifferenza che queste figure suscitano oltre la subitanea commozione è incredibile, abituati ormai a una riflessione superficialissima e un sentenziare sempre più rapido ma vacuo. 

Fra le opere, paradossalmente la più dolorosa è l’Autoritratto del 2011, il punto di partenza per conoscere il lavoro di questo giovane artista. Una posa simile a quella di Van Gogh nel taglio del piano e negli occhi dai quali traspare tutto il disincanto di chi continua a percorrere la sua esistenza combattendo con le difficoltà e le ingiustizie di oggigiorno. Diverso dagli altri volti come Gli occhi dell’Africa, Treblinka o L’urlo della pace qui l’immagine diventa ritratto fra i ritratti. Il viso del ragazzo diventa semplice manichino fra quelli dipinti sullo sfondo ed è forse un modo per raccontare quanto quello che accade, diventi parte di noi anche se distante nel tempo. Un modo insomma per narrare della parte più oscura di se stesso abbracciandola e rendendosi colpevole quanto i veri esecutori della violenza. Viene fuori quella delusione verso l’uomo che tanto colpì gli espressionisti d’inizio Novecento ma con quella capacità tutta di Tolosa di incunearsi nel vissuto, di autodenuncia, di riconoscere l’incapacità di opporsi allo scorrere degli eventi.

In conclusione, guardare le sue opere non vuol dire essere semplici spettatori ma protagonisti effettivi della pittura, intesa come possibilità di riflessione costretta rispetto alla quotidianità che non è molto lontana dalla grande Storia.  

 

 

 

Ada Patrizia Fiorillo – Figure nello specchio del tempo

Risale all’incirca a quattro anni orsono la breve nota di presentazione scritta per Nicholas Tolosa. L’artista, conosciuto ai tempi del mio insegnamento presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, mi aveva contattato via mail, trascorso ormai un po’ di tempo da quando avevo lasciato la sede partenopea. Una modalità che si è ripetuta anche per l’occasione odierna, complice la potenzialità dell’etere che ha riannodato il filo di un dialogo a distanza.

Partirei allora proprio da lì, da quelle osservazioni che conservano, mi sembra di poter dire, una loro attualità rispetto al lavoro del giovane campano. Ciò in ragione del fatto che la sua pittura non registra significativi cambiamenti rispetto alle prove realizzate tra il 2007 ed il 2009, ovvero l’arco di tempo sul quale mi ero soffermata. La persistenza  di forma e contenuti, non è però da leggere come un dato negativo.

Registra al contrario una cifra di coerenza l’insistente sguardo che egli porge su ‘dinamiche’ che coinvolgono direttamente la sua sensibilità. Insomma l’artista sembra non riuscire proprio a distrarsi da quelle problematiche che attengono alla sfera del sociale, quindi all’uomo del nostro tempo, sovente assuefatto alle inadempienze di un vivere sociale o, peggio, all’azzeramento di quel fondamento etico che dovrebbe regolarne l’esistenza. Notavo infatti in quella piccola testimonianza che i suoi dipinti orientati ad un dettato figurativo restituivano nella loro animata composizione ricondotta alla sintesi di un taglio ‘fotografico’, sia il carattere dei suoi studi formativi nel campo della scenografia, sia la traduzione, la più efficace linguisticamente per lui, di tematiche certo scottanti o toccanti. Su questa linea si pone dunque ancora oggi Tolosa. Ciò non per pedanteria, né incapacità immaginativa o quantomeno per compiaciuta stasi espressiva. Risponde ancora  all’esigenza di un’interiore necessità la pratica di una pittura che alza il sipario su volti, figure, silhouette che affollano il suo universo visivo. Immagini che egli ferma come un’istantanea scattata da un obiettivo in bianco e nero, incuneando così lo sguardo in quel doppio registro, se è ammissibile, della pittura e della fotografia. Della pittura Nicholas conosce la grammatica: gioca quindi sui valori lineari, sui contrasti tra luce ed ombra, sul motivo delle campiture piane; della fotografia accetta l’istante, il valore della referenzialità, quel suo essere, come direbbe Barthes, «un certificato di presenza». Eccolo in qualche modo a richiamare la nostra attenzione su pagine dolenti e inconfutabili: gli occhi di un bambino spalancati su una sorta di j’accuse o quelli smarriti che riecheggiano domande prive di risposta, il senso di vuoto di un uomo solo davanti al baratro del nulla, il cammino disperato di una cordata verso un esodo forzato. Immagini di denuncia che l’artista accoglie dalla realtà della quale si fa osservatore cosciente, guardando e guardandosi come in un gioco di specchi nel quale tira dentro la propria immagine. Un incisivo autoritratto, un ulteriore fotogramma inquieto e dubbioso, ma non privo di aspettative e di speranza. Può il mondo aprirsi ad una nuova vita? Nel suo stile icastico, la raffigurazione di una maternità prospetta uno spiraglio, porge il fianco alla memoria, scava in quel punctum, nel contorno di un profilo, per ritrovare innanzi tutto se stesso.

 

 

 

Stefania Trotta – Per la strada

“Per la strada si incontrano mille facce, mille storie, mille vite e chi, se non un artista, può rivelarne le infinite sfumature…”

I personaggi tolosiani sembrano essere incisi su tela come quando asportando pezzi di corteccia fuoriesce il biondo midollo dell’albero. Allo stesso modo il Tolosa, col suo acrilico bicromatico, sembra asportare dalle realtà di povertà, di guerra e di sofferenza quelle vite spogliate di tutto il non-necessario e caricate di quell’emotività che traspare dalle tele. Tele che diventano piccole per i suoi soggetti che sembrano volerne uscire, è il caso di Tempo, in cui il viso in primo piano di un uomo al di là degli anni, sembra emergere da un passato così lontano da perdersi nel vuoto. Anche Lacrime Nere tiene fede allo stesso principio, rafforzando quella stilizzazione della forma che risente l’influenza delle icone africane. 

È una ricerca, quella del Tolosa, che tende  a privilegiare un taglio fotografico con la differenza che l’obiettivo focalizza un attimo destinato a ripetersi e a riconoscersi in uno stato passivo di denuncia perdurata. Sono personaggi statici, fermi, che sembrano avere la peggio sul loro destino eppure Tolosa, ancora una volta, pone l’accento su quei temi come l’infanzia, la maternità, il viaggio, come a voler smuovere chi è al di là del mezzo.

Questa provocazione, riporta alla mente quel filone di artisti che con la loro opera hanno denunciato momenti storici importanti; il Tolosa, come loro, si fa portavoce, mettendoli sotto luce e riportandoli a nuova vita, di quei temi sociali presenti in opere come Innocenza, Ultimo Istante, Povertà.

Ed ecco che si alternano come su di una pellicola cinematografica spazi di luce e ombre che sembrano essere tanto affini o solidali a quelli di denuncia picassiana. La luce, da grande protagonista, riesce ad illuminare i vuoti vitali, come se provenisse dal fondo e volesse farsi spazio tra le diverse tonalità di grigio rendendo la composizione armonicamente spaziale.

La contemporaneità del Tolosa non si limita comunque al solo trattare temi attuali; la sua è piuttosto una ricerca che vuole attrarre l’occhio dello spettatore e invitarlo a porsi delle domande facendolo interagire con quei temi fino ad immedesimarsi con gli stessi (Quale Futuro).

Lo sforzo è quello di catturare un attimo, renderlo eterno e intrappolarlo nella coscienza collettiva.

Il fine, la supremazia della memoria sul ricordo.

Il mezzo, l’arte che torna con forza e determinazione a riprendersi quel ruolo di precorritrice tanto caro a chi ha il merito ed il dovere di dare voce, col suo punto di vista, a quelle che sono le vicende umane.

 

 

 

Francesca Merz – NOTTI DI LUNA PIENA. La luce sul mondo dei vinti

Un gesto netto, un carattere incisivo, il valore del disegno che si fa opera d’arte, i tratti acuti, delineati, volti i cui ovali perdono la loro tonda originalità per farsi, aguzzati, spigolosi. L’opera di Nicholas Tolosa è tensione, denuncia, talvolta ridondante  per la costanza del tema trattato, che si propone e ripropone come voler coscientemente porre di fronte agli occhi degli astanti il mondo delle ingiustizie, dei soprusi, dell’ordine etico rovesciato da una civiltà incivile, vile, distratta. 

Con tenace e costante senso critico e di denuncia Tolosa non demorde, non abbandona nemmeno per un attimo i suoi stilemi, non perde il filo né la strada, e soprattutto non lascia pace al visitatore, nel riproporre con costanza ostinata quel dolore, quella storia universale macchiata da ingiustizie, sacrilegi veri e propri alla vita umana, sacrilegio del concetto stesso di umanità. Una visione tanto cruda del sentimento e della realtà presuppone anche dal punto di vista tecnico scelte stilistiche altrettanto nette e chiare, la preponderanza cromatica del bianco/nero, i tratti grafici che ricordano la nettezza delle linee della china, della litografia, abbinata spesso a visioni e scorci tipici invece della fotografia. 

Ma Tolosa non usa china, né produce litografie, né tantomeno fotografie, tutto il suo universo è trasportato su tela, quella è la superficie d’espressione, quella la scelta dell’artista, scelta estremamente significativa e importante: la denuncia, la scena di vita quotidiana, il gesto di dolore o di pacata carità assume dignità sulla tela più che su ogni altro supporto. I volti scarni, gli occhi sgranati, il semplice gesto di una infermiera che nutre amorevole una vita appena nata, si impongono al visitatore con la dignità rappresentativa di un’opera colossale, nelle grandi dimensioni, nella scelta della tela come supporto, nella necessità di sintesi della rappresentazione che non lascia spazio ad oggetti superflui, ma si concentra sull’essenziale, sul racconto di quell’universale amore e sofferenza. 

Il contrasto costante tra luci e ombre non fa che sottolineare la dicotomia interna intrinseca alla vita rappresentata, e Tolosa non sa e non può sottrarsi alla rappresentazione delle pagine più tragiche della storia personale di ogni individuo e della storia globale dell’umanità. Un autoritratto carico di pathos alimenta ancora di più questo senso di partecipazione, di compassione di vera e commossa pietas, è l’autore stesso a inserirsi nel mezzo di quella umanità rappresentata, umanità delusa, saccheggiata nell’anima, tradita negli ideali e nella moralità. 

L’universo di Nicholas Tolosa è quello dei traditi, dei vinti, che sbucano dalla tela con dignità e essenzialità, hanno tolto loro l’umanità ma essi non hanno smesso di essere uomini e donne, sinceri, sfrontati, ruvidi, raramente emozionati ma sempre emozionanti. 

 

 

 

Valentina Mastronardi – MASCHERE QUOTIDIANE

Lo sguardo indagatore del Tolosa porta a riflettere sull’esistenza umana e la quotidianità dell’ingiustizia sociale e dei  tempi  in un racconto per immagini prive di colore, ma non di piani ed emozioni, che analizzano la realtà in una serie di grandangoli sapientemente studiati.

Sofferenza, dolore, umiliazione, disperazione, paura, rassegnazione rese nell’uso del bianco e nero, nel susseguirsi e sovrapporsi di piani, campiture ed effetti chiaroscurali. Diapositive multipiani come quinte teatrali, cui peraltro affonda le sue radici formative, sfilano davanti agli occhi dell’osservatore che non potrà non percepire il filo conduttore di denuncia sociale.

La sensazione è di trovarsi di fronte allo sviluppo di un rullino fotografico di un reportage di guerra oltre che di povertà dove la presenza di una tela, apparentemente, fuori dal coro rispetto al soggetto raffigurato e al resto delle opere presenti (si tratta, infatti, di una maschera napoletana) sembra beffarda puntualizzare e riassumere il senso dell’intera esposizione con l’incapacità e in alcuni casi la mediocrità umana volutamente cieca, di vedere atroci e scomode verità.  Il titolo dell’opera: “Maschera quotidiana” si connota qui, a mio avviso, di un ulteriore significato rispetto alla teoria pirandelliana delle maschere laddove a quelle imposte dalla società, paradossalmente, si somma il peso di quelle che si crede di avere, di quelle che non si hanno e quelle che ci si autoimpone. L’artista, tuttavia, sembra tradire una possibilità di rivalsa, un barlume di speranza  rappresentato dal prezioso dono della vita tra le braccia di una donna che nutre il suo bimbo e con esso sembrerebbe nutrire le speranze del mondo e del tempo rappresentato con le fattezze di un anziano.

 

 

 

Valeria Barison – Lo sguardo dell’ Anima

Ecco uniformi perfette, capelli scomposti, pelli salate, città rase al suolo, vestiti stracciati e logori. È però lo sguardo il vero protagonista di queste opere, il loro filo conduttore, anche quando esso è nascosto, o appositamente distolto. Sono gli occhi di queste persone – vicine, lontane da noi – che ci prendono, ci scuotono, ci tengono incollati alla tela, ci domandano, ci danno delle risposte, ci abbracciano, ci cullano, ci spaventano, ci fanno trattenere il fiato. Sono occhi pieni, occhi vuoti. Occhi che piangono o che ridono. Occhi spaventati, occhi persi. A ognuno il suo sguardo. Lo sguardo della propria anima.

Si sussegue un muto film espressionista degli anni Venti, lo zoom sulle scene madre, quelle fondamentali, i primi o gli ultimi attimi dei nostri protagonisti.

Viene narrato uno spaccato di vita vissuta, di realtà dimenticate, di tempi lontani e vicini. Nicholas racconta con pochi tratti essenziali dolore, attimi terribili, paura dell’ignoto, richieste d’aiuto, o forse solo di comprensione, la supplica di un ricordo, di un pensiero.

L’artista ci mette davanti ad una realtà che non si può sfuggire, perché gli occhi di queste persone ci obbligano a restare. Noi diventiamo loro; proviamo le loro stesse angosce, la loro fame, il loro freddo, la loro immensa desolazione.

Il tutto non può che essere amalgamato da una cromaticità essenziale, come essenziale è ciò che raffigura: una scala di bianchi, grigi, neri. Non c’è posto per il colore in quest’urlo straziante. Né per il giallo del sole, che quegli occhi ne hanno solo il ricordo, né per il verde della speranza, che è stata strappata assieme all’ultimo sorriso, né per il rosso di un papavero, che sognerà di essere colto di nuovo, né per l’azzurro dell’infanzia, che questi piccoli adulti non vivranno.

Ci vuole una maschera, una maschera quotidiana - che prende la forma del naso adunco di Pulcinella, forte richiamo al profondo legame dell’autore con la sua terra natale – per vivere in un mondo fatto di superficialità e di apparenze, che agli occhi non guarda più.

Una responsabilità che invece questa esposizione obbliga di nuovo ad assumersi, con fermezza e audacia.

 



Simona Gamberini – “CONVERGENCE” CONVERGENZA

La Mostra di Nicholas Tolosa, affronta tematiche di situazioni locali, sociali, culturali,storiche, avvolti da un velo malinconico dovuti alla realistica poetica di un dramma teatrale, che in ogni opera sembra cercare un grido di vita.

La rabbia, del non essere considerati.

Il non reagire, verso un mondo troppo duro.

La povertà, che isola nel silenzio.

L’amore, di una solitudine tormentata.

La nascita e la morte, nel voler credere che tutto abbia un senso.

La realtà di uno stralcio quotidiano, mescolata tra arte e cultura, prende un importanza concreta nel lavoro dell’artista , come crescita, ricerca, creazione, che in un bianco e nero ci fa calare in un mondo suggestivo, dove ogni rappresentazione resta legata ad un filo come una marionetta in attesa del suo essere aiutata.

Il percorso che il giovanissimo Nicholas Tolosa, tenendoci per mano ci propone è un ovattato cammino del tramandarsi degli avvenimenti.

La nascita, la vecchiaia, la morte, in un linguaggio deciso, diretto, dinamico, con una potenzialità artistica nella comunicazione piena di sfide, in un tocco sensibile e graffiante, denunciando lo stato violento in cui le sue vittime vengono isolate, giudicate, abbandonate, osservate e messe in primo piano immortalandole eternamente,  in una tragica immagine di se stesse.

La forza dei particolari è carica di passione, arrivando a riempire i nostri occhi.

Che cos' è una tela per un pittore, se non il soffermarsi a riflettere sui traumi che la società gli presenta e un pennello a sfogare fotografando dando vita alle sfumature che il dolore silenziosamente gli provoca!!

E Tolosa questo lo sa bene.

Figure create d’arte nel tempo che corre, in paesi che potrebbero essere ovunque.

Il cambiamento figurativo espressivo, in cui siamo immersi:

Dal neonato tra le braccia di una nurse felice “Nuova Vita”, all’anziano con la sua lunga barba bianca apparentemente curata, orgoglioso e rassegnato al tempo che passa “Tempo”, al  bambino povero vestito in abiti, in un epoca che potrebbe essere ieri o oggi ma che sempre uguale resta, ed osserva con occhi affamati senza sorrisi ne lacrime un destino che altri hanno già scelto per lui, “Quale Futuro”.

Il cambiamento storico linguistico:

Come testimonianza di una condizione obbligatoria vissuta nell’inferno di un campo di sterminio, nel ritratto perpetuo di un ebreo umiliato, che quasi con paura si lascia riprendere in un atmosfera fatta d’ombre, quello che poi la memoria non ha più potuto cancellare “Treblinka”

Il cambiamento psicologico, emotivo, sociale:

In “Ultimo Istante” e “Nelle Mani Nulla”, viene sottolineato l’accecamento alla rinuncia e sconfitta di vita. Svanire in un degrado di non spazio ne tempo.

Qui il pittore senza metafore ha voluto incidere la disperazione, l’isolamento, di essere al limite della prostrazione nel proprio inconscio oscuro.

Relitti ai margini, esistenze macerate dalla coscienza, solitudine culturale.

Infatti lo scenario espresso, rappresenta la difficoltà e l’impossibilità di reazione di una realtà contemporanea.

Nicholas Tolosa ,non solo evidenzia talento artistico, ma soprattutto ci da una grande lezione di vita, in una società diventata superficiale.

C’insegna che la grandezza dell’arte è denunciare, come espressione di rispetto.

E con  poetica semplice, dipinge, ci parla, c’illustra, ci arricchisce in un viaggio dalle varie presenze, che vivono le vicende di un mondo che è molto più reale che di fantasia. E proprio con  attenzione sincera ed emozionale verso quel mondo nel quale si sente appartenere, ma in cui l’artista si trova come spettatore  e allo stesso tempo divulgatore. Cosi si avverte da parte sua la volontà di voler partecipare ad un cambiamento in aiuto di questa terra che alla fine è di tutti e di nessuno.

Il pittore napoletano  racchiude  in questa nuova Mostra una serie di opere, selezionate dopo una lunga ricerca nella pittura acrilica. E dotato di grande immaginazione ha sfruttato la sua esperienza utilizzando al meglio questa tecnica pittorica.

E solo nel  bianco e nero resta immortalata la profondità dell’essere umano.

 

 

 

Chiara Capomaggi - Testimonianze

L’impegno pittorico di Nicholas Tolosa si rivela ampiamente in molte delle sue opere: uno sguardo alla società intesa come condizione dell’uomo che a volte niente può di fronte ai drammi della vita. L’uso del bianco e nero insistente è il mezzo più adeguato per esprimere ciò: sofferenza, povertà, dolore, emozioni che nascono dai soggetti stessi scelti dall’autore; si guardi ad esempio “Incontro al destino”, “Ultimo istante” o ancora “Lacrime Nere”, concetti che esprimono la vera essenza della vita, una vita non sempre felice ma anzi malinconica e alienante.

In apparenza le sue opere sembrano semplici e fragili ma nascondono sentimenti di impegno civile e grande spessore che nonostante la sua giovane età, probabilmente motivo di tanta sensibilità,esprimono forza interiore e attaccamento ad un’indagine riferita all’esistenza umana che deve interrogarsi continuamente per non sprofondare nel baratro delle convenzioni sociali; come si riscontra in “Quale futuro”, una domanda che al giorno d’oggi tutti si chiedono oppure in “Maschera Quotidiana”, dove viene espressa una realtà sociale divenuta purtroppo normalità, la realtà che si cela dietro la finzione.

 La sua emotività lo induce a  trattare argomenti di tragicità antropica, soprattutto riguardanti il secolo scorso (il riferimento è chiaramente alla Seconda Guerra Mondiale con “Treblinka”), dove si riscoprono sentimenti ormai acquartierati dai mezzi di comunicazione che ben poco spazio danno ad eventi angosciosi e tragici che tutti purtroppo conosciamo.

Guerre, campi di sterminio, abolizione dei diritti umani e schiavitù, sono tutti temi che nelle opere dell’artista si fanno testimonianze dirette, presenti e imperative ma in maniera molto fresca, senza appesantire troppo l’animo di chi guarda perché l’arte ha,sì, la funzione di essere il veicolo attraverso il quale denunciare le storture del mondo ma deve anche fungere da collirio, da medicina capace di risanare corpo e anima. Una sensazione di benessere che certamente si percepisce ammirando “Nuova Vita”: c’è sempre speranza!

Il tratto deciso, netto e senza ornamenti superflui, tutto ridotto all’essenziale, conferisce all’immagine una stabilità visiva penetrante, che coinvolge l’osservatore fino ad attanagliarlo in quel senso di precarietà vitale che l’artista vuole esprimere, si guardi in tal senso “Nelle mani nulla” o “Povertà”, non è forse questa una cruda realtà a cui tutti siamo purtroppo abituati? Si potrebbe infatti partire dal nulla per arrivare ad una stabilità emotiva che ci rende più consapevoli, più edotti; una fissità che renda la vita a colori e non più in bianco e nero.

 

 

 

Vera Pitzalis – biancoNERO metaSTORICO

Chiunque di noi si sia mai trovato a dovere contemplare le opere di un artista, sia esso storicizzato o meno poco importa, non può prescindere da due ordini di dinamiche mentali che si fanno strada tra la nebulosa di impressioni e sentimenti suscitati dall'esperienza estetica: la tensione verso la contestualizzazione dell'opera e quindi del background esperienziale dell'artista da una parte, e quella verso l'identificazione di possibili assonanze con movimenti o singole personalità artistiche del passato. Se, rispetto al primo punto, il contatto tra Nicholas Tolosa e il contesto culturale napoletano lo ha - a mio avviso – sensibilmente, quasi necessariamente predisposto verso le tematiche sociali più disparate, la questione relativa alle tangenze tematiche e stilistico-formali con l'arte moderna e contemporanea attende di essere sviscerata nelle sue molteplici stratificazioni consce (si guardi a questo proposito “Fuga dalla guerra” o “Effetto di un'esplosione”, smaccatamente picassiani) e meno esplicite. A quest'ultimo proposito risulta doveroso un richiamo, all'interno del corpus delle opere esposte, a “Incontro al destino”, “Vite rubate”, “Nelle mani nulla”, “Povertà” e “Chi sono” assimilabili, per la loro immediatezza comunicativa, il tratto sintetico, spigoloso e le ambientazioni poco connotate, quasi metafisiche ma proprio per questo universali e imperiture, la produzione grafica dell'espressionismo tedesco dei primi del XX secolo, con particolare riferimento all'artista tedesca Kathe Kollwitz e al suo ciclo di sette xilografie dal titolo “La guerra” (“Krieg”). In una lettera del 1922 indirizzata al drammaturgo francese Romain Rolland la Kollwitz scrive: <<Ho molte volte cercato di raffigurare la guerra. Non sono mai riuscita a coglierla. Ora ho finalmente portato a termine una serie di xilografie che, in certo qual modo, dicono ciò che volevo dire. Sono sette fogli intitolati: Il sacrificio- I volontari- I genitori- Le madri- Le vedove- Il popolo. Queste incisioni devono girare in tutto il mondo e devono dire in maniera concisa a tutti gli uomini: così è stato - questo abbiamo noi tutti sofferto in questi anni indicibilmente dolorosi>>.

Per quanto Nicholas Tolosa non realizzi xilografie bensì pitture in acrilico su tela, molti degli aspetti  a cui lo stralcio di documento (di cui sopra) rimanda sono intrinseci anche al suo operato: tanto la bicromia bianco/nero che enfatizza la drammaticità dei soggetti raffigurati e che richiama altresì la valenza documentaria, oggettivante del negativo fotografico, quanto la fisionomia letteralmente trasfigurata di donne, bambini, deportati, soldati e dell'impiccato di “Ultimo istante”, che assurgono ad autentici totem del dolore, dell'ingiustizia sociale e delle brutture della storia più recente. Di questo segno deformante e fortemente comunicativo, espressionistico appunto, reca altrettanto significativamente traccia un'altra opera presente in mostra come “Il re di Napoli”: trattasi, verosimilmente, di un'autorità religiosa, conciliare, rappresentata come una creatura ibrida a metà strada tra un'entità aliena, dai grandi e severi occhi scrutatori, e un teschio minaccioso e ieratico. La carica critica che l'opera comunica accanto alla scelta del suddetto soggetto, letteralmente incuneato in uno spazio nero uniforme e claustrofobico, mi hanno riportato alla memoria le figure vescovili e cardinalizie quasi ossessivamente reiterate da Aldo Borgonzoni nei disegni preparatori al ciclo “Concilio Vaticano II” del 1962. A chiusa di questa rosa di opere si pongono infine le due inequivocabilmente più autobiografiche come “Autoritratto” e “Napoletanità”: la prima sonda un genere, quello dell'autoritratto appunto, sempre più inflazionato tra la fine del XIX e il XX secolo grazie alle possibilità di introspezione e di autosignificazione che consegna all'artista contemporaneo, mentre la seconda presenta una monumentale maschera di Pulcinella profilata contro un candido sfondo bianco. Cambia il titolo ma non il motivo iconografico in “Maschera quotidiana” che è sì dichiarazione fiera della propria appartenenza all'entroterra culturale napoletano ma anche appello accorato, rivolto all'osservatore, verso una presa di coscienza delle proprie radici e delle personali risorse interiori. Perché se Pulcinella è stato ispirato all'inventore Silvio Fiorillo, come attestano le fonti, dalla tipica figura del contadino meridionale col volto arso dal sole, è altrettanto vero che essa esemplifica efficacemente la virtù di colui che, trovandosi in uno stato di iniziale impedimento o difficoltà, vi pone rimedio con l'autoironia e la rappresentazione dissacrante della società. Nicholas Tolosa come un Pulcinella contemporaneo? Credo proprio di si.

 

 

 

Nuria Rivaya Bustamante – Voci spente
Due colori non hanno mai suggerito tanto quanto il bianco e nero di Nicholas Tolosa: sono tuoni di notti di temporale in candela, sono trasparenze di vite altrui, lampi di mezzo sorriso, echi di fughe, fucina di quartieri, sono vie di fuga, ricerca di nascondigli, sono un verde speranza per l’essere umano alla deriva.

Nasce ad Eboli nel 1981 e si laurea in scenografia. L’unione di questo titolo di studio alla sua innata capacità pittorica permette alle sue opere di raggiungere un elevato spettro compositivo, in equilibrio tra forza emotiva della figura umana ed elementi più ornamentali che compongono la vita dei suoi personaggi; creando un momento di incontro tra lo spettatore e l'opera, addentrandosi questo oltre la pittura e provocando un'inevitabile riflessione sull'attuale necessità dell'Arte per un cambiamento a livello sociale. Nicholas Tolosa vanta un ampio curriculum di esposizioni alle spalle, collettive e personali, da citare le esposizioni avute in Castel dell’ Ovo e al Museo Madre di Napoli e anche la sua partecipazione alla Biennale Internazionale di Firenze nell'anno 2009.

L'opera dell'artista è una lotta silenziosa contro l'ingiustizia, dove il pittore risponde alla barbarie caricando la sua arma, questa volta, con un pennello di tratti di determinazione e di decisione nel voler essere testimone di quelle voci spente del passato, ma vive nel presente attraverso l'arte. Un'opera d'arte non si limita alla risposta emozionale individuale del ricevente, ma è la somma di tutte le sensazioni intime ed individuali che provoca nella massa.

In questa serie di pitture il tema principale é la Shoah, essendo, come nel resto delle sue opere, la figura umana una carta primordiale, rappresentando il principio e fine delle sue creazioni. Un umano epicentro di creazioni che armonizzano artisticamente l’odio devastatore tra gli uomini. Come un romantico, Tolosa ci fa imbarcare in un viaggio attraverso la malinconia, e il tentativo di comprendere tutto l’irrazionale, per essere bandiera di rivoluzione sociale.

Tolosa rappresenta i bianchi ed i neri della società; il bene e il male, ottenendo del suo miscuglio un'ampia gamma di sfumature  grigie che rappresentano la positività di ogni via di mezzo intrapresa nella vita.

 

 

 

Valeria Fatato – SIC VOLVERE PARCAS

È dalla mitologia classica che nascono Cloto –filatrice di vita-, Lachesi –fissatrice di sorte- e Atropo –irremovibilità della morte-: le tre Parche.

Le superbe tessitrici di vita regolano il destino dell’uomo, dalla nascita fino all’ultimo istante di vita, come in un complesso e intricato disegno che cattura e imprigiona. Il silenzioso ed inesorabile filare delle Dee, è l’espressione della fissità delle leggi morali e fisiche che regolano il divenire universale e rende immutabile, nonché costante, l’equilibrio sociale.

L’espressione virgiliana “Sic volvere Parcas” può essere attualizzata con “così ha voluto il destino”: un melanconico racconto che l’artista Nicholas Tolosa dispiega in una galleria di frammenti umani, in cui i vinti della società moderna sono silenziosi protagonisti di uno status quo imposto dal destino. Queste “periferie umane”, come le definisce l’artista,  nient’altro sono che un urlo muto di eroi quotidiani che, attraverso l’accettazione della loro ineluttabile sorte, criticano una società che si fonda sui pilastri dei valori materiali, rappresentanti una vuota umanità.

Nicholas Tolosa comunica in modo eloquente questa realtà ignorata attraverso la scelta di uno stile figurativo dal taglio preciso, caratterizzato da linee spezzate  e dure, che vanno a costituire il primo piano di una scenografia studiata nei minimi dettagli. Per la scelta della materia, si predilige l’uso acrilico del bianco e nero su tela: “Il bianco e il nero- così dice l’artista, spiegando il suo rapporto con la materia cromatica-  sono colore vivo, il colore della denuncia, della verità. Gli altri colori mi emozionano ma non ho la necessità di utilizzarli”. Questa filosofica scelta dell’uso dei, cosiddetti, non colori, permette l’accesso alla scala cromatica del “grigio drammatico”, in grado di accentuare l’estrema sintesi formale, aumentando la partecipazione appassionata del fruitore dell’opera, nei riguardi di una sofferenza umana universale, frutto della barbarie del mondo. 

Definisco le opere di Nicholas Tolosa come schegge di vita, uno squarcio sul mondo, che sono la coinvolgente e appassionata condivisione dell’artista delle furenti vicende collettive. Le atmosfere sospese dei suoi dipinti, il silenzio delle scene ci narrano una perdita di speranza ma sono, comunque, trionfanti, un inno al proseguo della vita: nei germogli di una nuova esistenza umana si cela la vittoria sul dolore e sul fato, apparentemente non controllabile.

 

 

 

Donatella Valentino - TEMPO

Nicholas Tolosa, giovane e talentuoso artista salernitano, torna a Napoli con la mostra "Tempo".

Quello narrato da Tolosa è il tempo della vita che definisce la storia del genere umano, nelle sue forme consequenziali di passato, presente e futuro.

Il Tempo che, nella tela omonima acquista fattezze olimpiche, titaniche, domina incontrastato sulla vita dell' uomo, la cui esistenza è segnata dall' inquietudine, dall' incertezza e dalla sofferenza di essere al mondo.

La pittura di Tolosa, il cui marchio sembra ormai essersi codificato nella tecnica di acrilico su tela, fotografa la realtà e denuncia, attraverso forme spezzate e taglienti, i mali che hanno colpito la società e che ancora oggi minano l' umana condizione esistenziale. Quest' ultima, ridotta agli estremi di nascita e morte, viene raffigurata, attraverso i soli colori bianco e nero.

So tratta di una scelta dello stesso artista, il quale ritiene che, utilizzando le giuste combinazioni, i due colori danno vita ad una intensità luminosa maggiore di quella dell' arcobaleno, sfruttando le molteplici tonalità di grigio.

Il bianco sposa il nero, come il bene sposa il male, come alla nascita segue la morte.

Sono, del resto, i colori che meglio possono dar voce al senso di vuoto, assenza, silenzio ed inadeguatezza che animano la pittura di Tolosa, evocatrice di un passato crudele che ha reso l' uomo schiavo, macchina, vittima, nulla.

Il racconto della sopraffazione dell' uomo sull' uomo viene narrato attraverso le immagini TreblinkaNelle mani nulla Ultimo istante, connotate da ritratti schivi, assenti, pigiami a righe e cumuli di ossa.

La rappresentazione dell' Olocausto è funzionale a richiamare alla memoria una realtà dolorosa, che non appartiene solo al passato ma che l' uomo trascina con sè, come una lacerante eredità.

Tolosa intende denunciare ma, al contempo, ritiene che il male sia intrinseco nell' uomo stesso e ha poca fiducia nella possibilità di una sua cessazione.

Quale futuro?, si domandano, infatti, gli occhi ritrosi e spaventati di un bimbo, il cui volto comunica spavento, dolore e disperata speranza.

Eppure in questa cornice buia e sofferta, connotata da una certa rassegnazione priva di voce e lacrime, Nicholas Tolosa ci offre uno spiraglio di luce, di emancipazione dal silenzio e dall' isolamento.

In Nuova vita, un' infermiera felice allatta con un biberon il neonato tra le sue braccia e gli sorride. E' l' unica emozione felice che incontriamo nel percorso della mostra, come l' uscita da un tunnel scavato nelle periferie esistenziali dell' uomo. Il bambino messo al mondo diviene il simbolo della nuova generazione, alla quale è affidato il compito di rivedere la storia, ricostruirne il puzzle, ristabilire l' ordine.

TEMPO è un percorso di pittura di denuncia e di esigenze; racconta e magistralmente sensibilizza la visione, colpendo i fori più profondi dell' animo e smuovendo le nostre coscienze.

 

 

 

Monica Boghi - IL DRAMMA DELLA REALTA' ASSUME SEMBIANZE UMANE

Occhi fissi e immobili. Occhi spalancati che ci osservano come se volessero sfidarci a sostenere il loro sguardo. Occhi che ci catturano per la loro potenza visiva fino a farci raggelare il sangue. Occhi forti e coraggiosi, che non si nascondono e che non hanno paura di svelare la loro anima. Sono occhi che si donano a noi per raccontarci la loro storia, le loro vite e i loro stati d'animo. Allo stesso tempo però sono anche occhi che ci scuotono, ci turbano, ci interrogano, ci fanno confrontare con noi stessi senza neanche rendercene conto. A Nicholas Tolosa per coinvolgerci bastano pochi tratti, alcuni appena abbozzati ma intrisi di una tale carica emotiva che diventa impossibile per noi rimanere indifferenti, e ci accorgiamo che alla fine, in questa battaglia di sguardi, siamo noi a distogliere il nostro, troppo debole o forse colpevole per poter sopportare questo confronto. Che cosa ci colpisce, che cosa ci fa paura? Sono le storie che si celano a ciascun dipinto o è la durezza delle pennellate, così crudi e taglienti che sembrano quasi voler squarciare la tela? Forse non è così importante la risposta, forse quello che l'artista vuole esprimere è l'importanza di certe tematiche che sente particolarmente sue e riesce a mostrarcele con un linguaggio talmente realistico per le emozioni che suscita che è impossibile rimanere indifferenti. Sono tutte immagini simbolo che assumono sembianze umane, ritratti angoscianti che parlano di dolore, di sofferenza, di povertà, di ingiustizia, di potere, di abbandono, di desolazione ma anche di vita, di speranza e di rinascita, perché è proprio nella consapevolezza vivida di quello che può essere il male che ci commuoviamo. Nicholas Tolosa riesce a evocare nelle sue opere un'atmosfera teatrale dalla composizione possente grazie all'utilizzo della linea netta, al taglio squadrato dei volumi e al contrasto chiaroscurale tra bianco e nero. Anime cariche di una tale forza materica che la fragilità dei loro corpi quasi non si nota rispetto la chiarezza del messaggio che comunicano. I protagonisti dei suoi dipinti sono dunque quei traumi che non siamo ancora riusciti a superare ed è impressionante scoprire come si concretizzano e prendono forma in questi drammatici volti umani che ci fronteggiano come un esercito di maschere. Le sue opere propongono un dialogo che verte verso l'integrazione dei popoli e la volontà di integrazione tra le diverse culture, in un mondo che sembra non aver imparato nulla dalla Storia e che è ancora smembrato tra le diverse manifestazioni di odio, discriminazione, violenza e sopraffazione che gli Stati ostentano tra loro. Una ruota che non ha intenzione di finire, con il rischio che i tanti discorsi sull'uguaglianza e il rispetto a cui si dà voce nelle varie propagande politiche mantengano sempre la loro essenza evanescente, come il fumo che in attimo annebbia la vista e che alla stessa velocità si disperde nel vento. In questo caso sono l'indifferenza e l'ipocrisia che montano tante belle parole sulla necessità di cambiamento, quando invece non si riescono ancora a superare episodi di violenza gratuita verso l'altro, verso noi stessi, verso il mondo che ci circonda, verso il tutto di cui facciamo parte. Cosa davvero ci rende diversi e ci divide? Le sembianze, le fattezze, le tradizioni, la cultura, le religione, il continente?.. Sembrano discorsi arretrati ma che purtroppo non sono sorpassati e siamo ancora chiamati ad affrontare. I quadri di Nicholas Tolosa sono paurosamente attuali e sono in grado di provocarci, mettendo a nudo la nostra coscienza e pregandoci di non rassegnarci ma di ascoltare la nostra sensibilità per credere di poter cambiare. 

 

 

 

Alessia Del Fiore – La camera oscura

Nell'osservare le opere di Nicholas Tolosa propongo di soffermarsi sull'osservazione degli occhi nei primi piani.

Propongo di farlo perchè nelle sue immagini, e non a caso faccio riferimento a delle immagini, per sottolinearne la visione cinematografica e lo scatto fotografico che le caratterizza, vi è una cura particolare nella scelta del colore delle pupille degli occhi dei personaggi.

Le infinite varianti di grigio che si offrono a chiunque decida di adoperare il bianco e nero per rappresentare la propria visione artistica, qui subiscono un taglio netto.

Gli occhi dei suoi personaggi sono quasi sempre di un nero intenso e profondo, un nero  in cui l'osservatore può leggere i drammi che l'artista espone.

Molto spesso in essi è possibile vedere la stessa tonalità dello sfondo quasi in un'operazione di disvelamento della realtà intorno al soggetto dell'opera. Gli occhi si rovesciano e in essi si legge il buio della società. Sono la camera oscura che ci apre la porta verso una visione drammatica e sincera.

Anche un'opera come Maschera quotidiana, quasi un'operazione di astrazione rispetto a ciò a cui ci aveva abituato sinora il pittore di Eboli, testimonia ancora una volta la sensibilità nei confronti della   realtà cittadina nonché la volontà di volerla indagare.

Il rimando è evidente ad una lunga tradizione artistica che sfrutta le maschere per dare vita alla quotidianità.

Il primo riferimento è chiaramente Picasso con le sue maschere africane che entrano a poco a poco nelle opere fino a inglobare i veri volti dei personaggi.

In questo caso l'influenza non è remota nel tempo e nello spazio ma colta opportunamente dalla tradizione della terra d'origine dell'artista.

È sufficiente il vuoto degli occhi della maschera per rievocare il vuoto degli occhi di molte delle opere di Tolosa.

Uno dei simboli di un'antica tradizione, preso nella sua semplicità, attraverso una rappresentazione scarna e priva di orpelli diventa uno spunto nuovo per esporre la quotidianità.

 

 

 

Ilaria Amato - NERO A META'

La produzione artistica di Nicholas Tolosa è un appello morale a riflettere su temi sociali cui si sente particolarmente sensibile, come i soprusi dell' uomo sull' uomo che provocano violenze, sofferenze, povertà, come le avversità del destino e il disincanto dei bambini.

I soggetti dipinti denunciano lo smarrimento umano del proprio senso civico, spirituale e intellettivo.

Nei suoi quadri nulla è sottinteso, tutto si manifesta attraverso gli occhi dei personaggi raffigurati, che arrivano allo spettatore incisivi, intensi, vibranti, capaci di rapirlo e di trasportarlo nel proprio dolore, nella propria ineluttabile condizione d' infelicità e di sconfitta.

I suoi uomini vinti, le cui vite sono state rubate, hanno perso la speranza e si rifugiano nella nostalgia, vagando come anime smarrite in paesaggi altrettanto desolati e malinconici, senza tuttavia rinunciare alla loro dignità.

Queste figure spigolose, "incise" sulla tela, sembrano atemporali e sospese, come frammenti di ieri e di domani, perchè raccontano un male universale, quello che l' uomo ha fatto al suo prossimo, e che continuerà a fare, perchè figlio di un odio distruttore della vita.

Do fronte al quadro "Non guardare", in cui una bambina copre ingenuamente gli occhi alla sua bambola per nasconderle ciò che a lei provoca dolore e tristezza, lo spettatore si lascia accompagnare dal suo sguardo, e da quel gesto commovente, che diventa la stella cometa da seguire perchè qualunque realtà lei stia vedendo, oltrepassa il quadro ed entra nel suo stesso presente.

La sensibilità di Tolosa si esprime emblematicamente sui temi della Shoah, più volte ripresi, in "Treblinka", "Nelle mani nulla" e "Ultimo istante", che non si limitano alla semplice rappresentazione storica, ma vogliono racchiudere tutta la storia, anche quell' ancora da scrivere, poichè le ingiustizie sociali e le guerre di religione non finiranno mai.

Fortemente introspettivo è anche il contributo dato dal pittore su Napoli di cui raffigura uno degli aspetti più rappresentativi, quello "drammaticamente" ironico. Per raccontare, infatti, il senso della mediocrità con cui il popolo napoletano vive i disagi sociali e culturali della propria città, Tolosa sceglie la maschera di Pulcinella, in "Napoletanità" e in "Maschera quotidiana", quale icona della risposta beffarda ai problemi e ai disagi del vivere contemporaneo. 

La scelta stilistica di utilizzare solo i colori acrilici bianco e nero, sfumati all' infinito dal grigio, che rispecchia le sensazioni personali del pittore rispetto a essi, diventa lo strumento per esaltare il contenuto drammatico dei temi trattati. Nelle sue composizioni i due colori sono complementari e il nero diventa un "nero a metà" perchè illuminato dall' immortale speranza del bianco.

Fanno parte del medesimo "gioco pittorico" gli sfondi scenografici che rievocano quinte teatrali e presentano all' osservatore una sorta di reportage fotografico che cerca un dialogo oltre il tempo.

Lo spettatore coglie le provocazioni del pittore, che attraverso una sintesi espressiva di assoluta potenza, sostituisce la visione pessimista con quel senso di realismo, forse crudo, amaro ma necessariamente vero che contraddistingue il suo stile.

 

 

 

Martina Di Domenico - HUMANITY'S SCREAM

Un lirismo esasperato, emerge da questi quadri realizzati in bianco e nero, tonalità in grado di sottolineare il dramma umano che dalla tela arriva fino al fruitore che, si sente investito da questa denuncia in cui è uno spettatore silente di un' umanità oramai priva di forza e svuotata nell' anima e nel corpo alla quale lui stesso appartiene. e che grida da ogni epoca.

Sono tele i cui tagli fotografici, i cui colori, sono sintomatici dell' esigenza di custodire la memoria di un passato che tanto tale non è, ma che si ripete in forme e contesti diversi. Tutte sono accomunate da un' unica grande certezza: il cambiamento è necessario, e crederci è speranza.

La speranza è il sentimento che traspare in "Nuova vita", emblema di un' umanità che potrebbe ripartire dagli occhi di una madre innamorata e devota dinnanzi al miracolo che ha messo al mondo, un bambino ancora incosciente di quello che lo circonda, di quel mondo che inevitabilmente lo travolgerà nella sua decadenza più totale, quella che non risparmia nessuna nazione, nessun popolo, nessuna classe sociale.

Un mondo in cui per sopravvivere è necessario indossare una "Maschera quotidiana" per chiudere gli occhi di fronte agli orrori, perchè l' umanità vede ma fa orecchie da mercante e non tende la mano al prossimo, ma la tiene stretta al suo corpo, fingendosi interessata, mentre invece vive solo sul più grande palcoscenico teatrale di tutti i tempi.

Un mondo che nonostante l' incalzare del "Tempo", magistralmente rappresentato come una creatura anziana, stanca ma dallo sguardo vivo di chi vuole attendere e vedere fino a che punto si arriverà, ripete gli stessi errori del passato.

Come un' errore è la guerra, madre di tutti i mali, protagonista principale di "Incontro al destino", quadro chiave e attualissimo, di una gioventù chiamata a combattere in nome di un amor patriae che non guarda in faccia a nessuno, che chiede e non da niente in cambio e che ringrazia ricordando il sacrificio di un' intera generazione con un milite ignoto che a nulla può valere di fronte alle milioni di vite spezzate. Quella dei nove milioni di soldati che morirono in nome della Grande Guerra, e quelle dei circa sei milioni di civili che dalla guerra cercavano riparo e rifugio.

Ma la bramosità di ricchezza mandante del primo conflitto mondiale fu anche la causa del ben più tremendo secondo conflitto, quello in cui venne preso di mira un gruppo etnico, costretto a subire soprusi a partire dal 1933 e poi costretto a morire in campi di sterminio dove era annullata qualsiasi libertà.

In questi campi l' uomo, sempre se di uomo si può parlare, ha condannato il suo simile all' annullamento della personalità, l' ha condannato ad essere una semplice macchina produttiva etichettata con un numero seriale e sostituito al primo "malfunzionamento". Questi temi hanno ispirato quadri come "Ultimo istante", dove quello che resta non è che un pigiama a righe e un volto sconosciuto che forse non sarà pianto da nessuno. Come niente è quello che resta allo scheletrico protagonista di "Nelle mani nulla", vuoto ormai anche nei suoi gesti e nel suo sguardo perso. Perchè il nazismo è stato anche questo: annullamento dell' identità, e questo annullamento è la chiave di lettura di "Chi sono", quadro struggente che mette il fruitore di fronte alla colpa di aver fatto troppo poco, perchè non ha fermato l' atrocità nemmeno quando era spettatore di quanti partivano alla volta dei campi di sterminio, come il rassegnato uomo che compare in "Treblinka", campo in cui sa che troverà probabilmente la morte.

Ma la fine della guerra ha davvero messo fine all' orrore? L' uomo ha davvero imparato ad ascoltare il prossimo e a rispettarlo nella sua diversità culturale, ideologica e sociale? La risposta è semplice, basta guardare "Povertà", "Quale futuro", per leggere nel volto dei più giovani la rassegnazione di una condizione che non sembra lasciare uno spiraglio di luce, la speranza in una redenzione universale che faccia cadere la maschera di perbenismo e omertà che in molti indossano.

Perchè l' omertà diventa il male del secolo e fa chiudere gli occhi di fronte a due tipi di morti: la morte di una civiltà, quale quella africana incarnata dal pianto di un bambino in "Lacrime nere", e la morte di un popolo, quale quello napoletano in "Giancarlo Siani", vittima della camorra nel 1985.

Il mondo non ha imparato nulla sembra ammonirci il Cristo velato in "Dormi", in cui la divinità ormai stanca, oltraggiata in tutto, distrutta, preferisce chiudere gli occhi e credere che sia solo un brutto sogno.

Questo universo di sentimenti contrastanti, odio e amore, speranza e rassegnazione, emerge dalle opere di Nicholas Tolosa, artista napoletano, classe 1981, che dedica da sempre la sua produzione artistica alla collettività come lui stesso ha affermato nell' intervista rilasciata al NAM il 31 maggio 2015. Consapevole del fatto che la lotta alla sopraffazione tra gli uomini è una triste, dolorosa e inestirpabile piaga della nostra società, l' artista ha deciso nel corso degli anni di dare voce a chi non ce l' ha, a quelle che lui definisce le "sue periferie umane", e non è sbagliato il possessivo in questa circostanza, perchè Tolosa riesce a rendere propria l' esperienza umana anche più terribile, a immergersi al suo interno ed uscirne provato ma capace di comunicarlo attraverso le sue tele arrivando a vibrare le corde più intime dell' animo umano, lasciando nel fruitore una grande emozione.

 

 

 

Amalia Gravante - Sentimenti crepuscolari

E' come assistere ad un film muto, il bianco ed il nero si mescolano, sottolineando momenti di luce e momenti bui, c' è la vita, c' è la morte, c' è l' essenza della nostra vita! Ogni quadro racconta e descrive una situazione che ha inizio e fine, capace di suscitare emozioni e di far riflettere.

L' assenza di policromie non toglie l' emozione visiva ed empatica, anzi acuisce la capacità dell' artista e delle sue pennellate decise che diventano didascalia stessa per la conoscenza del protagonista della tela.

Nicholas Tolosa, giovane e promettente artista salernitano, mi accompagna lungo i corridoi del Centro Culturale Tecla a Napoli, per parlarmi delle sue opere, che risaltano nella loro essenzialità crepuscolare su pareti del tutto bianche.

Una molteplicità di personaggi ci accoglie, dalla "Nuova vita", dove un' infermiera è ritratta nel momento in cui sorride mentre allatta con il biberon un nascituro; questa nuova creatura è sinonimo della nuova generazione che avrà l' arduo compito di vivere e sopravvivere un un futuro caratterizzato dall' assenza di una coscienza storica, in una società che facilmente dimentica le atrocità passate. Difronte in posizione possiamo dire ossimorica alla tela dedicata alla "Nuova vita", c' è un uomo con il capo chino e rassegnato che indossa il pigiama a righe, simbolo indelebile dell' Olocausto, funzionale alla prima tela poichè descrive una vita già vissuta ma al contempo monito della realtà dolorosa dell' essere umano e delle cruente vicende che vive.

Nelle sue opere l' artista denuncia il male che genera male insito nell' essere umano stesso.

L' uomo purtroppo sa essere persona cattiva! Tolosa cerca di denunciare questa sfumatura, pone il visitatore in una posizione di riflessione, non può Egli cambiare le coscienze degli uomini, ma può evitare che il ricordo svanisca e perpetuare memoria, come nella tela dedicata ad uno scorcio di Salerno dove un uomo anziano è posto lateralmente ad un paesaggio urbano che muta per mano dell' uomo, così da sottolineare una continuità vitale e storica, qualcosa che nella vita quotidiana spesso diamo per scontato, poichè non ci fermiamo più sui dettagli o sulle piccole cose, oramai si guarda ma non si osserva. Siamo spesso costretti ad indossare "una maschera" ed ovviamente la sensibilità dell' artista non poteva non dipingere l' oggetto che è metafora pirandelliana capace di ingabbiare la nostra vera natura. Nella tela di Tolosa questa assume le forme della maschera indossata da Pulcinella che si staglia al centro di un fondale chiarissimo e ruba interamente la scena e denuncia purtroppo il cancro di non essere se stessi e di dover essere ciò che occorre alla società, così come attori o burattini. Altro richiamo non secondario è Napoli, presente in un dettaglio ma mai "soggetto spudorato", c' è in modo inconscio e lo si nota nel nasone della maschera, negli occhioni scuri del bambino nella tela "Quale futuro", dove lo sguardo spaventato ma intenso è quello di ogni singolo bambino che puoi veder giocare in qualsiasi vicolo di Napoli, dove lo stesso bambino è soggetto di una ring composition che va dalla cattiveria dell' uomo alla bellezza della città o in San Gennaro dove il misticismo si mescola alla santeria, dove ci sono le viscere, la paura, la bellezza di Napoli in un unico volto capace di spaventare ogni sovrano e di affascinare ogni visitatore.

Queste tele sembrano negativi di foto che possiamo ritrovare nel cassetto della nostra memoria, la situazione buia, sofferta rappresentata è al contempo luce e speranza di un perpetuare solo il passato come monito di una memoria collettiva, ma non ripetendo i gesti. Tutto però è scandito dal "Tempo" che si staglia in modo centrale nei corridoi dello spazio espositivo, dove ognuno di noi può ritrovare in quel volto la realtà e il giudizio che solo il tempo sa restituire alla nostra coscienza. Il soggetto riproposto sulla tela sembra quasi una divinità, caratterizzata dalla lunga barba metafora di esperienza e tempo trascorso che incornicia un viso segnato e uno sguardo fisso che esprime rigore. Una figura resa dura dalle pennellate decise, particolarmente vissuta e capace di farti riflettere sul tempo è elemento imprescindibile dell' essere umano e che caratterizza le esigenze della nostra società, della nostra vita, capace di smuovere le nostre coscienze pensando a quello che è stato e a quel che ne sarà. Il tempo ne è comunque misura e giudice e la posizione della tela nello spazio espositivo, posta difronte alla tela che racconta di alcuni deportati che inesorabili non sfuggono allo scandire delle ultime ore del proprio tempo ne sono un esempio. I visi irrequieti sono ben tradotti sulla tela con pennellate decise e aspre, proprio a sottolineare il beffardo e crudele destino che li accoglie.

Questo percorso espositivo denuncia quindi ciò che sta più a cuore all' animo sensibile di Nicholas Tolosa: la denuncia sociale, tradotta con i grandi e nefasti avvenimenti della storia. Egli si propone la difficile missione di smuovere le coscienze attraverso una serie di sfumature che non possono lasciarti indifferente, attraverso gli occhi che fanno da memento alla sofferenza vissuta e attraverso il sorriso dell' infermiera che ti accoglie e ti saluta ad inizio e fine percorso per ricordare che il cambiamento e la speranza c' è e deve esserci, ma deve partire dallo stesso essere umano.

 

 

 

Annachiara De Maio - Dall' altro lato del libero arbitrio

Gian Battista Vico, filosofo napoletano vissuto a cavallo dei due secoli '600 e '700, fu fautore, fra i tanti studi, di quella teoria a noi nota come "teoria dei corsi e ricorsi storici".

Semplificando le parole del filosofo, la teoria sosteneva che determinati accadimenti vengono ripetuti, nel corso della storia per l' appunto, in egual modo, anche a distanza di tempo, senza un preciso ordine, ma grazie a un disegno provvidenziale.

Mettendo da parte la divina provvidenza, siamo quasi tutti pronti ad affermare che una, magari casuale, ciclicità sia sempre stata presente nella storia dell' umanità.

E la storia dell' arte non pare esser da meno. L' oscillazione ciclica tra le ricerche figurative e tutte quelle che ricercano e vanno oltre la semplice figurazione è sempre stata una costante, e accade spesso, quando scattano eccessivi attacchi al tradizionale gesto pittorico, che lei, la pittura, scende in guerra per resistere, cercando di tornare concorrenziale.

Il gesto pittorico di Nicholas Tolosa rientra, a mio avviso, tra le altre accezioni relative alla sua opera, in questa resistenza concorrenziale della pittura.

La solida formazione accademica, conseguita all' Accademia di Belle Arti di Napoli, dell' artista, dà alle sue opere quel carattere tradizionale, ma con altrettanta modernità, lo sguardo di Tolosa ne conferisce estrema attualità.

In un' epoca dove artisticamente sembra essere stato sperimentato già tutto, dove sembra si punti esclusivamente a un' effimera provocazione, il più delle volte vacua da significati, la produzione artistica di Nicholas Tolosa ha l' ambizione di caricare di senso il fare arte, il fare pittura.

E' tangibile nei suoi quadri l' impeto caratteriale di chi vuole dare voce a chi non ce l' ha. Ha più volte dichiarato: Non so se il mio lavoro interessa agli altri e non mi pongo il problema. Io dipingo per necessità e per trasmettere un messaggio, per dare voce a chi non ce l' ha, voce alle mie periferie umane, coloro che quotidianamente vengono messi da parte.

La mostra di Nicholas Tolosa raccoglie una selezione di opere, tra le più recenti dell' artista, scelte con lo scopo di metterci di fronte alle conseguenze generate dal libero arbitrio, l' ancestrale scelta a cui siamo chiamati a rispondere, la scelta tra il bene e il male.

Ecco dispiegate qui di fronte ai nostri occhi le conseguenze di chi ha scelto il male o subito il male.

Scene presentate con drammaticità, grazie all' utilizzo sapiente del bianco e nero e le sue relative scale tonali dei grigi, quasi ad indicare metaforicamente quanto labile sia la linea di demarcazione tra il bene e il male, e quanto facile sia pendere verso l' uno o l' altro.

Se nel nero identifichiamo il male e nel bianco il bene, nei grigi, negli innumerevoli e mutevoli grigi, possiamo identificare noi stessi, gli spettatori inermi, a volte passivi, di fronte al male, rassegnati dalla sua presenza, che da sempre ci accompagna.

Il punto di vista Tolosiano può essere racchiuso emblematicamente nell' opera Dormi, una personale rappresentazione pittorica del celeberrimo Cristo velato, opera scultorea conservata nella Cappella Sansevero di Napoli. Un Cristo dormiente che veglia l' umanità, nel tentativo salvifico di estirpare tutta quella meschinità, dall' uomo stesso creata.

 

 

 

Claudia Di Cino - Le sfumature della legalità

Non conoscevo Nicholas Tolosa quando mi chiesero di poter scrivere una critica sulle sue opere d' arte.

Rimasi entusiasta della proposta, poichè per la prima volta mi affacciavo e toccavo con mano un mondo a me nuovo; non nascondo di aver avuto qualche titubanza e di non essermi sentita all' altezza ma poi mi sono voluta mettere in gioco e per prima cosa ho voluto conoscere l' autore di questi dipinti e parlare con lui. Fu così che partii alla volta di napoli e c' incontrammo nel centro culturale Tecla, dove in quei giorni si trovavano due opere della sua preziosa collezione. Dopo esserci presentati, iniziammo il percorso arrivando dinanzi alle suddette opere e rimasi piacevolmente solpita dal suo stile un pò fuori dagli schemi, contemporaneo e molto d' impatto. Pensai tra me e me: "nel suo genere mi rievoca opere di Picasso, ma al contrario di esso che utilizzava colori più decisi e disparati, qui c' è una forte prevalenza del bianco e del nero".

Effettivamente è una cosa che salta all' occhio e credo sia anche una scelta consapevole dell' autore che ha voluto sottolineare le caratteristiche dei soggetti illustrati. In quei volti marcati e sofferenti, pieni di "phatos", c' è una storia senza fine; uomoni e donne dagli occhi pieni di sconforto arresi al loro crudele destino, piegati ad esso come i rami degli alberi si piegano sotto la forza del vento;

Nelle opere artistiche di Nicholas Tolosa la parola chiave è: Emozione.

L' emozione che egli stesso prova nel dipingere e che racchiude nella tela, estasiandone poi il pubblico; l' emozione con la quale affronta tematiche sociali forti e crudeli come la Shoah, che prevale in gran parte delle sue rappresentazioni; la forte sensibilità, attraverso la quale l' artista cerca di comunicare un messaggio umano, specialmente per tematiche a lui più vicine come la legalità in Campania. Ciò che vuole trasmettere e ricordare in ognuno di noi è che anche con poco possiamo cambiare le sorti di un destino che sembra già segnato. Se tutti noi guardassimo al passato, alla Guerre, all' Olocausto, alla Fame nel mondo ed altre tragedie umane, ci renderemmo conto della vera importanza della Solidarietà, dell' Amore e dell' Onestà. Valori indiscutibili, ai quali si è arrivato anche con dolore e morte, e che le giovani generazioni odierne distrattamente riescono a concepire.

La mostra del Tolosa vuole soffermarsi proprio su queste argomentazioni, dove protagonista indiscussa sarà la sua preziosa collezione. Attraverso le sue pennellate realistiche, che lasciano poco all' immaginazione, c' è una vera e propria denuncia sociale dell' attuale periodo storico che stiamo vivendo. Le caratteristiche della sua pittura sono chiare e decise, riescono a coinvolgere lo spettatore, facendolo penetrare in quell' atmosfera particolare e surreale, distaccandolo dalla fisicità del momento e portandolo a vivere e rivivere quella situazione di ingiustizia e sofferenza.

"Seguendo la mostra, potremmo porci degli interrogativi dentro noi stessi", queste le parole del Tolosa che attraverso la sua denuncia sociale cerca di scuotere e risvegliare gli animi di grandi e piccoli, affinchè si possa migliorare la nostra realtà.

 

 

 

Sara Ulivi - IL PARADISO SPEZZATO

Le immagini presentate dall' artista napoletano Nicholas Tolosa sono indissolubili nel tempo, come del resto lo è la tecnica pittorica in acrilico delle sue tele in bianco e nero. Al centro delle sue composizioni vi è la figura umana. Erroneamente si è soliti pensare che l' arte contemporanea abbia abbandonato la figurazione in virtù dell' astrazione. Al contrario, nella poetica di Nicholas Tolosa rimane vivo il concetto di figura umana anche se spesso incline alla deformazione dell' immagine. L' artista rappresenta una sorta di commedia umana, con soggetti distanti per geografia ma non lontani nello spirito. La scelta di mettere in primo piano l' individuo e il suo comportamento rende più efficace la diffusione di temi scottanti, quali l' incapacità dell' uomo di vivere dentro la propria esistenza e il degrado sociale.

L' attenzione al sentire interiore, al fare silenzioso e contemplativo, all' indagine introspettiva dell' artista, pone l' accento ancora una volta, sull' utilizzazione dell' arte come mezzo di comunicazione.

 

 

 

Camilla Barni - GLI SGUARDI DELL' ANIMA

Il linguaggio pittorico di Nicholas Tolosa, giovane artista napoletano, ricerca attraverso un forte pathos, l' anima dei suoi personaggi grazia agli sguardi fissi, espressivi e di grande carica emotiva.

Nicholas Tolosa non dipinge uomini e donne, ma ne raffigura l' anima che si specchia con forte emotività nello spettatore.

Osservando le opere non si può sfuggire all' espressione che Nicholas dona con maestria e grazia ai protagonisti dei suoi quadri. Un gioco formale ricreato attraverso una pittura pastosa, materica e giocata esclusivamente sulla scala cromatica del bianco e nero.

La tridimensionalità dei corpi molto spesso tende ad uscire dal confine materiale della tela, come per esempio nella stupenda composizione "Nuova vita", dove la donna che tiene in braccio il piccolo neonato sembra quasi costretta all' interno della tela. Qui, lo sguardo sorridente della donna colora di vita e di gioia la tela, che è realizzata con la tipica scala cromatica del Tolosa.

Questa costrizione delle figure è un elemento caratterizzante dell' artista, che si ritrova anche in opere dal tema molto forte, come "Tempo", dove la personificazione del tempo è affidata all' immagine di un vecchio con la barba bianca, che invade e occupa tutto lo spazio della tela.

Le composizioni, che hanno il gusto di vecchie istantanee, fermano il tempo, ricercando nello spettatore un coinvolgimento emotivo forte.

I temi che propone Nicholas Tolosa sono moderni, attuali e di grande respiro culturale. Innegabile è la grande qualità della composizione dell' opera "Incontro al destino". Un dipinto che ricorda la storia passata, ma che vuole anche riflettere la condizione di tanti uomini e donne di oggi.

"Incontro al destino" racchiude tutti gli elementi tipici del Tolosa: le figure umane dai connotati forti e precisi, l' uso della gamma cromatica che sottolinea il pathos della scena che non può non coinvolgere emotivamente lo spettatore e gli sguardi penetranti dei personaggi.

Il gioco di sguardi che si crea tra le figure del Tolosa e il visitatore è il tema portante di questa mostra, che vuole cogliere questo dialogo nascosto e intimo tra arte e spettatore.

L' essenza di questa mostra è, per l' appunto, racchiusa in una serie di opere che il Tolosa dipinge portando all' estremo il gioco di sguardi e richiami tra opera e spettatore.

"Non guardare" sembra proprio una provocazione dell' artista: lo spettatore osserva una bambina che copre gli occhi alla sua bambola, facendo intendere al visitatore che qualcosa di terribile sta accadendo proprio lì. accanto a lui. Il confine tra dentro e fuori la tela è annullato da questo rimando di sguardi e sensazioni tra i protagonisti: la bambina, la bambola e lo spettatore che si trova dentro il quadro.

Stesso gioco di rimandi è presente nell' opera "Quale futuro" dove di nuovo il protagonista è un bambino, simbolo dell' innocenza ma anche del futuro dell' uomo, che con i suoi occhi e i suoi gesti forti e dal carattere impetuoso, pretendono dallo spettatore una risposta.

La pittura di Nicholas Tolosa è impegnata, ricca e ricercata, che riprende le forme geometriche e pesanti del cubismo e l' eleganza formale degli antichi maestri.

Una mostra non solo da vedere con gli occhi, ma da ascoltare con l' anima, in un percorso che è un crescendo di emozioni e riflessioni.

 

 

 

Sabrina Pugliese - VISITAZIONE DEL DRAMMA CONTEMPORANEO

Lineamenti duri e occhi sbarrati, visi lignei e sguardo malinconico, questi sono i volti dei dipinti di Nicholas Tolosa, giovane ed emergente artista del salernitano (Eboli), tra l' altro insegnante di disegno e storia dell' arte. Questo è lo scenario della mostra in allestimento che racchiude la produzione artistica di Tolosa dal 2009 al 2015. Un' apparente fotografia che deturpa i volti per poterli rielaborare secondo una visione umana e non meccanica. Qui non sono disegnati volti michelangioleschi, non c' è la perfezione anatomica della Pietà vaticana eppure la drammaticità incombe sonora sulle menti degli osservatori.

Visitare l' altro, prestargli ascolto ed attenzione, a questo ci invita Tolosa. Nell' inarrestabile società di massa, la visitazione è ormai l' unica forma di conoscenza, perchè soltanto vis à vis non si può evitare il confronto con l' altro, con il diverso, con l' ignoto. Perchè ciò che è misterioso ci mette alla prova e l' uomo moderno, così fragile e smarrito, ha paura di perdere anche quei pochi punti di riferimento a cui può ancora aggrapparsi. Eppure Tolosa, acutamente, spinge l' occhio dell' osservatore verso lo sguardo altrui, o meglio, è il soggetto ritratto che cattura l' attenzione dell' altro. Non ci resta che la visitazione come forma di conoscenza, l' unica possibile, l' unica che non può escludere l' ammirazione del volto umano. Quindi, visitare vuol dire agire, porre il proprio segno nel mondo, mediare tra me e l' altro. Tramite la diversità finora ignorata, il soggetto pensante può ricollocarsi nel sistema della società, ridefinire la sua identità, e, dunque, in sostanza, autoriconoscersi così come fa Tolosa nel suo acrilico su tela del 2011, "Autoritratto". Quest' opera non sarà esposta nella mostra di riferimento ma è segno del profondo lavoro che l' artista ha fatto innanzitutto su se stesso prima che sugli altri. Se non si è capaci ma, soprattutto disposti, a guardare dentro se stessi, come si può pretendere di entrare in confidenza con l' altro? Appunto, la con-fidenza presuppone una fiducia condivisa che può avvenire solo nell' ambito della collettività. L' uomo è un essere sociale. Questo continua a ribadire Tolosa, perciò non può più tollerare le aberrazioni e, ancor di più, le emarginazioni sociali nel XXI secolo. Non possiamo fare a meno del contatto con l' altro, per questo qui non si rinnega l' idea di collettività ma la formalità dei rapporti, le convenzioni sociali, la mancanza di autenticità umana.

La percezione della realtà è intus, dentro di noi, quindi, intima. Tolosa non sperimenta lo stato di trans tipico, ad esempio, di Pollock ma fa in modo che lo shock sia riversato sull' osservatore. E' lui che deve rielaborare e riflettere. Questa non è un' arte di massa, non la si può riprodurre in serie, meccanicamente, non rende immediatamente il senso del bello, perchè la bellezza è da ricercare prima negli occhi del soggetto osservato e poi in quello osservante. Il fil rouge di questa mostra è il nosce te ipsum, conosci te stesso senza dimenticare l' altro, il diverso in rapporto anche al trascorrere del tempo. Anche il mio Io passato è diverso rispetto all' Io presente.

L' analisi sulla realtà è però impietosa perchè drammatica è l' esistenza stessa. Tolosa non si limita a rappresentare ma desidera ardentemente denunciare. Non è propriamente un artista militante ma, con i suoi mezzi, vuol scuotere gli animi contamporanei. La finalità non è far politica ma agire sul mondo e, innanzitutto, agire nel proprio e sul prorio frangente esistenziale. Egli dipinge per vivere. Un inno artistico non troppo diverso da quello ermetico di Carlo Bo, "la letteratura come vita". Una mente pensante non discerne vita e arte ma le assembla in modo inestricabile. Pertanto, quello messo in scena, allestito, non è soltanto un dramma fittizio ma il dramma della vita. Etimologicamente il dramma significa azione e non si può vivere senza incidere un segno sulla propria epoca. Tolosa l' ha fatto, ha agito, ha sofferto, ha riflettuto insieme alle sue stesse creazioni.

Il forte impatto creato dalla produzione tolosiana è reso soprattutto da una scelta netta e coraggiosa, l' uso esclusivo del bianco e nero. Una scelta stilistica necessaria per dare tatto alla sofferenza umana. Si tratta della stessa gamma cromatica della "Guernica" picassiana, uno scenario di guerra, di brandelli umani, di penitenze ingiuste. In questi casi, più del rosso vivido del sangue, "l' apatia" dei colori-non colori (il bianco e il nero) rende l' insensatezza delle azioni degli uomini. L' alternanza tra bianco e nero è metafora della dicotomia tra bene e male che sussistono per antitesi. Questa scelta stilistica è quella che più si avvicina allo scatto fotografico per immortalare pensieri e non soggetti, azioni e non immagini. Anzichè scomporre in figure geometriche quelle umane, Tolosa, a differenza di Picasso, ha deciso di essenzializzare le forme, di sintetizzare i tratti del volto per dare espressione soltanto ai sentimenti, per lo più sgomenti. Sono le pulsazioni del cuore, le angosce umane a dipingere su tela quelle linee che poi prendono forma nella complessità della mostra.

Una svariata gamma di colori pastello poteva essere più appropriata per dare tocchi di vivacità alle scene del divertissement francese nei dipinti impressionisti, invece, nelle immagini tolosiane, un terzo colore potrebbe persino sembrare fuori luogo, superfluo. Anche in "Poveri in riva al mare", per ridare un senso di mestizia e di afflizione composta, Picasso sceglie una gamma di colori molto limitata, quella del blu in tutte le sue sfumature. La visione dei personaggi picassiani, scalzi ed infreddoliti, emblema della moderna Sacra Famiglia non è poi molto distante dal quadro familiare della tolosiana "Povertà". E' un delicato equilibrio quello del ritratto contemporaneo dove il realismo non deve essere fotografico ma psicologico, dove ormai si è già sperimentato troppo e, così, l' originalità stilistica diventa un dono soltanto di pochi artisti. Un pò come il giallo ossessivo di Van Gogh e il rosso acceso-non sfumato di Matisse, il bicolore di Tolosa diventa un unicum nel suo genere, un tratto caratteristico e distintivo, una sorta di biglietto da visita per addentrarsi successivamente nel messaggio contenutistico dell' opera. Perchè lo stile pittorico, il tocco del pennello sono i primi elementi che l' occhio percepisce sulla tela. Dunque, intento morale e scelta stilistica devono sempre percorrere due linee che convergono verso lo stesso fine. Tutto ciò avviene nella mostra di Tolosa.Nella compostezza dei visi quasi bidimensionali, emerge decoro, dignità e umiltà nonostante la visibile ed innegabile situazione disagiata, di declassamento. E' un grido di dolore dalle forme più composte rispetto all' urlo di Edvard Munch ma non per questo meno sentito, meno sofferto. L' uomo contemporaneo vive il dramma del suo tempo, sperimenta i lati più agghiaccianti della società di massa, che sia di fine Ottocento o del XXI secolo non importa, soffre nella collettività così gerarchizzata laddove perde la propria identità e dignità. La bravura di Tolosa consiste nel ridare voce a quelle figure sociali che solitamente non hanno influenza sull' opinione pubblica. Per linguaggi simbolici, Tolosa rappresenta figure quasi bidimensionali immerse in un tempo e in uno spazio apparentemente evanescenti eppure bastano pochissimi elementi per riconoscere le coordinate di questi dipinti. Un cartello come Treblinka, cappelli anni '40 oppure vestiti a strisce verticali sono simboli che ci trasportano immediatamente nei lager tedeschi. Con Tolosa si procede per simboli e, soprattutto, per associazioni di pensiero. La velocità deve essere una caratteristica dello spettatore e non del pittore. Quindi, in questa mostra, ci ritroviamo all' antitesi dei movimenti incalzanti e delle immagini dinamiche dei futuristi. Tolosa non vuole esaltare come loro la modernità ma sospingere tutti ad una riflessione critica sullo stesso tema. il suo è un atto di denuncia non di approvazione. Tolosa non si limita ad "annunziare" ma vuole "compiere l' azione", intervenire sui fatti, quindi denunciare gli atti riprovevoli dei tempi moderni. Anche se l' artista campano dipinge per se stesso e non nutre scopi politici, manifesta più che altro una denuncia morale, un' opposizione generale che potremmo associare a quella dei Die Brucke i quali si opponevano anche ai diktat delle  accademie. Anche il gruppo tedesco dell' Espressionismo si era concentrato per lo più sull' analisi dei volti e degli ambienti urbani, ritornando ad un tratto semplice e primitivo del disegno per esprimere la parte più interna e non esterna dei soggetti ritratti a cui si vuole dare voce. Inoltre, a differnza di Kandinskij o di Paul Klee, Nicholas Tolosa non si abbandona all' assolutezza dell' Astrattismo ma riparte dalla realtà seppure riletta e rielaborata con una propria chiave di lettura.E' un destino ingiusto e spietato quello del secondo dipinto della mostra, seguendo un criterio cronologico, datato 2011. "Incontro al destino" ricorda la rassegnazione, l' umiltà, una quasi atarassia tipica degli ebrei che guardavano verso un obiettivo come se fossero ripresi da una cinepresa. E' l' alto della loro coscienza, essi procedono perchè quella è la strada che la storia ha segnato per loro. Si avverte la fatica di portare sulle proprie spalle il fardello dei peccati umani, capri espiatori degli errori che si ripetono ciclicamente dalla notte dei tempi. E' questa la visione tolosiana, ciclica, uguale a se stessa perchè per l' autore il dramma non avrà mai fine, è intrinseco alla storia dell' uomo. Questa coda umana, questa folla organizzata in fila è simbolo della crudeltà del destino che coinvolge non il singolo ma l' intera comunità, non solo la vittima ma anche il carnefice. Perchè l' esperienza del male cambierà tutti irreversibilmente. La potenza del fato, spesso architettata dalla violenza dell' uomo, riesce anche a premeditare il male, a pianificare la distribuzione di corpi umani proprio come in "Incontro al destino". Stesso tema era già stato toccato da Tolosa qualche anno prima, nel 2007, in "Innocenza" (non presente in mostra) per rivisitare l' Olocausto dall' ottica di un bambino che va ignaro incontro al suo destino mentre gli adulti osservano inermi l' incalzare di una strage illogica.

Un altro riferimento ai campi di sterminio è innegabile in "Treblinka" (2012), letteralmente una fabbrica di morte. Nonostante l' abbigliamento dell' uomo ritratto sia curato e distinto, il suo sguardo tradisce sofferenza, preoccupazione, costernazione. Infatti, la sua ombra che si proietta sul muro bianco sembra preannunciare la sua sorte, il suo prossimo isolamento dall' esterno. E' la fase iniziale di una disumanizzazione completa. Tolosa avrà scelto in particolare Treblinka per la nota violenza esercitata sulle vittime proprio in questo lager, per esemplificare il culmine del male a cui può spingersi l' uomo, essere mortale.

Sullo stesso scenario si consuma la triste visione del dipinto "Nelle mani nulla" (2013) per un ritorno al nichilismo più che mentale, materiale. Il corpo in primo piano ha il torso nudo ed intorno a sè non restano che brandelli di stoffa e probabilmente brandelli di uomini non ben distinti nel caos di elementi sparsi per terra. Sullo sfondo, come al solito, passeggiano uomini con atteggiamento indifferente per tutto ciò che li circonda. Qui è più che mai evidente la mancanza di quella social catena di cui parlava Leopardi nel XIX secolo, già alquanto preoccupato per il progresso apparente dei tempi moderni. Cosa resta in questa scena esemplificativa? Nulla, nessun sentimento magnanimo, nessuna consolazione, nessuna speranza e persino nessun oggetto materiale ben definito e nemmeno una persona fisica in buona salute. E' il nulla della guerra, dello sterminio, delle insensate crudeltà pianificate da un uomo che ha smarrito Dio ed il suo insegnamento.

Anche se in un contesto non ben precisato, la drammaticità dell' esistenza torna incombente in "Povertà" (2014). Già i titoli nella loro semplicità preannunciano la pochezza umana e la sua estrema fragilità e vulnerabilità. A differenza, però, del precedente dipinto, qui, i protagonisti della scena nelle mani hanno qualcosa, anzi posseggono molto, il sangue del proprio sangue, nuove vite da curare e "coltivare". Perciò, questi genitori di "Povertà", pur non possedendo nulla di materiale, hanno il bene più prezioso, i propri figli che permetteranno loro di provare un sentimento raro, esclusivo, la speranza. Se non si crede più nel volgimento al bene per la propria vita ma non si può non sperare in un avvenire migliore per la propria prole. Sembrano infatti esattamente l' emblema del proletariato urbano tra fine Ottocento ed inizio Novecento. E' innegabile il senso di mestizia di questo dipinto che però, a differenza di altri, lascia ancora trapelare una spinta di fiducia verso il futuro. Questo è evidente nello sguardo di affetto della madre rivolto verso il figlio riverso per terra. Un atto di amore in uno scenario desolante, un segno di vita in un contesto quasi nefasto. Tra l' altro, sono sempre gli emarginati, i declassati, gli indigenti a subire le peggiori conseguenze della violenza umana, a pagare lo scotto di errate decisioni altrui.

In contrasto al tema della morte e della povertà, si ritorna al germoglio di nuove speranze tramite la dolce immagine di "Nuova vita". Singolare e forse un pò inquietante, però, si presenta un dettaglio. A nutrire il neonato non è il seno della madre ma il biberon tenuto in mano da un' infermiera. Critica sociale o semplice caso? La scena di un allattamento sicuramente avrebbe infuso più dolcezza al dipinto anche se il sorriso smagliante della donna crea un' atmosfera di tenerezza ed intimità profonda. Inoltre, la grandezza dei dipinti in mostra, cinquanta per settanta centimetri, è una dimensione molto probabilmente scelta, voluta, desiderata. Un piano esteso ma non esageratamente per ricreare un ambiente spirituale e protetto, per evitare che lo spettatore si disorienti di fronte ad una superficie troppo grande. Un adimensione studiata per la riflessione, per un approccio, come sempre, vis à vis, tra soggetto ritratto e pensante.

Tuttavia, il richiamo al dramma umano è troppo forte, sconcertante per poterlo ignorare, la storia esige azione, anche quella estrema della morte. Così, in "Ultimo istante" (2009), probabilmente un carcerato se non un deportato si mostra con le mani legate in alto, pronto ad affrontare l' ultima prova che la vita gli impone. Un atto apparentemente di rassegnazione che però mostra coraggio nell' ammissione dei propri limiti, dei propri ostacoli. L' uomo non può nulla di fronte al ciclo di violenza che la storia umana impone ai suoi "attori" costretti a recitare un copione di cui non possono modificare molto se non qualche battuta, introducendo al massimo qualche misera improvvisazione. L' essenzialità della scena con un background spoglio, bianco quasi già etereo, mette in primo piano non tanto la figura umana quanto il suo dramma incommensurabile a cui sembra che nessuno possa porre rimedio.

Ed ecco un bambino fissare spaurito l' osservatore, in un tempo e in uno spazio non ben precisati dato che la figura occupa tutto il riquadro. L' espressione smarrita, incerta, inquieta del bambino ci sprona quasi a prenderci cura di lui, a volerlo proteggere da eventuali, future minacce esterne. Ed infatti, in questo caso, il titolo completa l' opera, "Quale futuro" (2012), dove il punto interrogativo spetta all' osservatore. A quest' ultimo toccherebbe anche tentare una risposta. Quale avvenire può avere un bambino collocato in questa era così avanzata eppure così tetra? Probabilmente sarà testimone di una storia che ancora non conosciamo ma lo sguardo malinconico del protagonista sembra presagire il ritorno ciclico del male, in linea con il pensiero di Tolosa.

Se finora abbiamo parlato spesso del ciclo della storia non da meno è l' incombenza del Tempo sovrano che di frequente affretta i passi, sconvolge il destino. Esso è tra l' altro molto soggettivo e la sua percezione è falsata da eventi e pensieri, impressioni e desideri. Qui è personificato il "Tempo" (2012), presentato come un uomo anziano, stanco, dallo sguardo impietoso, perchè le sue virtù quali la capacità di fertilizzare il terreno tramite il ciclo agricolo, di attendere la nascita di una nuova vita tramite il grambo materno sono state soppiantate dalla priorità di divorare le cose che egli stesso ha creato. La voracità del Tempo ha fatto perdere il valore dell' attesa, del pazientare. Sembra un capo sezionato, privato di corpo, quasi astorico che ricorda quelle sembianze legate all' immaginario di Dio, sguardo severo, barba bianca, saggezza intrinseca. Anche in un' immagine così semplice, "unica", si può ritrovare la complessità della storia che non è possibile scandire senza l' ausilio del dio Chronos.

Un esempio di simbolismo drastico Tolosa lo offre con "Maschera quotidiana" (2014), il cui titolo è già molto evocativo. Di questo soggetto in acrilico esiste anche una versione in idropittura su carta intitolato però "Napoletanità" che da una parte non nasconde le radici campane dell' autore, dall' altra riscopre il valore del teatro partenopeo. Le tradizioni e il calore della terra di Tolosa si insinuano anche nella sua produzione che quindi non può prescindere dalle sue origini, immerse in un' unicità di linguaggio, gestualità e drammaticità. Soprattutto Napoli ci insegna a saper risorgere nonostante le angustie quotidiane, a saper affrontare la vita con un sorriso, con teatralità, a prendere come esempio l' araba fenice che sia rianima dalle sue stesse ceneri. Così, le due opere dello stesso anno analizzano, su superfici diverse, due facce della stessa medaglia. Tuttavia, verrà presentata in mostra soltanto "Maschera quotidiana" che sembra soffermarsi su un preciso aspetto della tragicomicità della vita, la falsità dei rapporti umani, l' atteggiamento pirandelliano dei più. Inoltre, l' autore si interroga su quale maschera cambiamo ogni giorno, di fronte a nuove persone e situazioni. L' opera è attualissima non solo per la sua recente datazione ma più specificamente per la forza con cui spinge a riflettere pur partendo da un soggetto così semplice ed unico. Pertanto, il tema sembra efficacemente attinente a questa poesia di Anton Vanligt, "Mai troppo folle":

La mia maschera è pronta.

Comincia la giornata.

passano i giorni, gli anni

-sorriso perenne-

sguardo sempreverde.

Il sole della mia espressione

scalda coloro che mi stanno intorno.

I conti tornano, la vita avanza.

Va bene così.

Rientro in casa, passo oltre le stanze

dotate di specchio.

Il sipario è calato, sono sola.

Poso la maschera, piango.

E quando il sipario si chiude e la maschera viene riposta, allora c' è libertà di espressione, di quella più dolente come le "Lacrime nere" del 2014. Attenzione, non sono lacrime comuni, nè trasparenti ma trasudano la fatica, la "sporcizia" del mondo "moderno". Dai tratti somatici del viso in primissimo piano, dall' osservazione delle narici dilatate e della bocca carnosa, sembra trattarsi di un uomo di colore colto nel suo momento di disperazione, sommessa, delicata. E' facile pensare che anche qui Tolosa si scagli fortemente a difesa degli emarginati come appunto le persone di colore, gli immigrati, gli extra-comunitari. Qui, in un' unica soluzione, è espressa con forza tutta la sofferenza che puà provare una persona sradicata dal suo luogo di origine e, per di più, schernita per la sua diversità di razza, di colore e di nazione.

Quali sono i miei obiettivi? In che direzione sto andando? Ho fatto le scelte giuste? Sono soltanto alcune delle domande che l' uomo contemporaneo si pone quotidianamente, universalizzato in "Chi sono" del 2015. In questo titolo manca il punto di domanda perchè spetta a noi discernere l' affermazione dall' interrogazione. Eppure, non c' è dubbio, l' uomo moderno è assillato da incognite, ha perso tutte le sue certezze e non può esclamare davanti al pubblico "ecco chi sono" ma semplicemente "sono proprio questo? Soltanto questo che vedete anche voi?". Così si ritorna ai dubbi pirandelliani che ci spingono a chiederci se per gli altri siamo davvero ciò che pensiamo di noi stessi. Inoltre, nel dipinto la testa sovrasta il corpo, occupa gran parte dello spazio perchè si vuol mettere in luce l' attività intellettiva, il movimento incessante della mente. Invece, il corpo occupa uno spazio esiguo e sembra ritrarsi e ridursi anche per l' effetto della pelle scarna che lascia intravedere l' ossatura. E' lo sguardo che cattura l' osservatore, uno sguardo quasi assente ma attivo, degli occhi che guardano verso una direzione non ben precisata. Inoltre, sarà per l' effetto di un' ombra improvvisa, il soggetto sembra essere stato azzittito con una benda legata intorno alla bocca. Probabilmente si tratta di un' illusione ottica costruita acutamente per ricreare un senso più che di impotenza di inascoltato. Il soggetto ritratto ha pensieri, progetti, discorsi da esprimere al prossimo ma ciò non gli è consentito perchè, pur avendo consapevolezza del proprio sè, non può esprimersi in quanto portatore di verità. La società ha bisogno di rituali che si ripetono sempre uguali a se stessi, di formalità rassicuranti, di convenzioni consolidate e non di affermazioni veritiere ed autentiche che potrebbero sconvolgere e rivoluzionare l' assetto prestabilito. Questo ritratto è un uomo in gabbia, una sorta di "paziente anestetizzato" come direbbe T. S. Eliot.

La maggior parte degli uomini preferisce lasciarsi trasportare da certezze illusorie ma condivise e ufficializzate, prediligono un cammino già segnato...eppure questo è il percorso della morte intellettuale, dell' apatia mentale, dell' insensatezza umana. Così in "Dormi" (2015), il contrasto tra titolo e sostanza è così stridente da non poter ignorare l' esigenza di un cambiamento universale. Di fronte a questa tela non si può restare ancora inetti ed inermi. Bisogna agire. Tolosa lo fa con il dramma. Mette in scena la vittoria di Thànatos sulla vita, un abbandono alla morte che però l' autore esorcizza con un "dolce dormire". E' questa la sorte che spetta agli inetti, a coloro che si lasciano vivere come spettatori della propria vita. Non c' è dubbio che la scena sia una descrizione funesta se si nota anche il velo trasparente e delicato che avvolge tutto il capo e che copre anche il resto del corpo. Poi si osservano le palpebre chiuse, la bocca serrata, un atteggiamento pacato proprio di chi ormai non ha più contatti con il mondo reale. Molto suggestivo è il gioco di luci ed ombre che, con maestria, Tolosa ha reso grazie all' alternanza di bianco e nero.

In ultimo, con la tela del 2015, "Giancarlo Siani", l' artista partenopeo ritorna a parlare delle contraddizioni della sua terra, la Campania. Infatti, con questo dipinto, egli celebra il coraggio e la determinazione di Siani, giornalista napoletano, che, per combattere e svelare i meccanismi subdoli della camorra, ha sacrificato la sua vita stessa. Infatti, è stato assassinato nel 1985 dalla mafia su cui stava scrivendo un' inchiesta molto dettagliata. In particolare, Siani era considerato un elemento "scomodo" per le dinamiche politiche del posto perchè cercava anche di fare chiarezza sugli appalti pubblici previsti per la ricostruzione delle aree colpite dal terremoto dell' irpinia del 1980. Questo è un omaggio a chi, al contrario degli inetti, non solo non resta indifferente davanti agli eventi storici ma vuole anche intervenire, drammatizzare nel senso di compiere un' azione al fine di apportare il proprio positivo contributo. Purtroppo, la prepotenza dell' uomo, l' esigenza di dominio, le priorità economiche vinceranno sempre, nonostante tutto. Eppure ci deve essere una lotta, un fermento, altrimenti non si potrà neanche più denunciare, rivoluzionare, ribellarsi. Altrimenti i giochi sarebbero già stabiliti e definiti. Per questo, dobbiamo ancora conoscere,lottare per la dignità propria e dell' umanità intera. E l' arte può essere un mezzo per non restare muti e ignari, per non lasciarsi vivere ma per far vivere anche alle persone più emarginate, più lontane dal mondo della cultura, il senso della vita nella sua alternanza tra bene e male. L' arte visiva, più di ogni altra, è un mezzo democratico di conoscenza perchè il suo messaggio è alla portata di tutti, colpisce la vista di ogni passante, esige forzatamente ascolto vigile e disinteressato. Come afferma Tolosa: "credo la mia arte risponda a un bisogno collettivo di sapere. Racconto il male del mondo, la sopraffazione dell' uomo sull' uomo, la fame nel mondo e tutti devono sapere che ciò non dovrebbe mai accadere ma non cesserà mai il male, intrinseco nell' uomo stesso". Così tutti devono sapere, incuriosirsi, avere sete di conoscenza e ciò è possibile grazie ai prodigi dell' arte e, soprattutto, grazie a chi dà forma e nuova stoffa alle linee, alle forme e ai colori.

Da un autore così giovane (nato nel 1981) la cui produzione si concentra per lo più negli ultimi anni fino al 2015, non ci si aspetterebbe una tal profondità di intenti. Questo significa che nuove energie, acute prospettive, visioni non superficiali del mondo, consapevolezza del presente sono tutti grandi contributi che solo menti giovani possono ancora apportare. Menti incorrotte, ancora speranzose, lottatrici e ribelli.

Questa produzione, nata e coltivata da una fervida mente partenopea, potrebbe non esaurirsi mai perché, purtroppo, il male si insinua ovunque, nei pensieri e nei meccanismi storico-politici. Tuttavia, non colpevolizzare ma consapevolizzare l' opinione pubblica può essere una proposta morale più efficace di quella politica. Infatti, Tolosa, innanzitutto, crea per se stesso ma se tutti, per emulazione, creassimo, pensassimo, riflettessimo, si potrebbe già sconfiggere l' insensibilità generale con il ritorno di quel seme fertile che è la speranza dell' uomo. Per questo, l' artista di Eboli ha dichiarato in un' intervista: "non so se il mio lavoro interessa agli altri e non mi pongo il problema. Io dipingo per necessità e per trasmettere un messaggio, per dare voce a chi non ce l' ha, voce alle mie periferie umane, coloro che quotidianamente vengono messi da parte". In questo modo, un' esigenza personale potrebbe diventare un esempio morale.

Questa in allestimento è una mostra che tocca letteralmente gli animi, li smuove, li incita ad una presa di posizione. Bisogna schierarsi a favore o contro, per il bene o il male, ormai non esistono più compromessi. Apprezzare, promuovere l' arte tolosiana vuol dire già agire sul mondo, rendere il dramma moderno più teatrale e meno sofferto, più tollerabile e meno meschino.